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      <title>partitodemocratico.info</title>
      <link>http://www.partitodemocratico.info</link>
      <description>Associazione per il partito Democratico</description>
      <language>it</language>
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<![CDATA[Credo nella nascita del Partito democratico]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=122</link>
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<![CDATA[<font><font style="font-size: 13px; line-height: 17px;">Salve Beppe, <br />leggo su  "Italians" la risposta che hai dato a Daniel Mori (17 aprile) riguardo al  nascente Partito democratico, e vorrei spendere qualche parola su questo tiro al  bersaglio che leggo tutti i giorni al riguardo. Ho 29 anni e personalmente ho  sempre seguito la politica in modo appassionato e naturale come una normale  prosecuzione della mia personalità, ma non ho mai aderito a un partito per i  motivi che vengono espressi nella lettera e nella tua risposta, poca democrazia  interna, ceti dirigenti cotti e bolliti, gerontocrazia, visione ombelicale dei  fatti del mondo, ma da giugno ho deciso di aderire all'Associazione per il  Partito democratico della mia regione, la Liguria. <br />Perché l'ho fatto? Perché  il Partito democratico rappresenta una possibilità di cambiamento, piccola,  labile, evanescente ma è una possibilità. Tra un sistema partitico ridotto a  branchi politici alla ricerca dell'osso più grosso da spolpare, io scelgo di  provare a far entrare le mie idee in un processo di creazione di un partito  nuovo, che non consideri le donne un simpatico orpello, i giovani l'anello  debole dove scaricare le inefficienze del sistema, la politica estera un eterno  derby morale tra antiamericani e filoatlantici o la politica ecologica una  passeggiata la domenica mattina con i bambini e i palloncini al sole. Il Partito  democratico, inoltre, potrebbe veramente cambiare anche la politica della  sinistra radicale e scongelarla dai suoi egoismi di capi banda e dalle pastoie  di un vetero comunismo che continua a dare risposte vecchie, e fallite, a  problemi nuovi. Io e le giovani donne e uomini che ci siamo imbarcati ci  crediamo, e continuiamo a pensare che una speranza piccina sia meglio di nessuna  speranza. <br />E se alla fine verrà fuori il solito papocchio all'italiana?  Avremo comunque qualcosa da raccontare ai nipotini.</font></font>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Thu, 19 Apr 2007 11:27:27 -0500</pubDate>
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<![CDATA[Quel duello che non finisce mai: dietro lo scontro tra radicali e riformisti]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=115</link>
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<![CDATA[In Gran Bretagna è stato appena pubblicato un libro molto interessante che si intitola What´s Left?. Ne è autore Nick Cohen, un insigne giornalista di sinistra, socialista sin da giovane, ma che oggi riconosce che il socialismo è morto da quando l´utopia di un´economia post-capitalista non è più all´ordine del giorno. La morte del socialismo, dice Cohen, ha portato una "tetra liberazione" a chi era schierato con la sinistra più radicale. Al posto di prefigurarsi un futuro socialista, adesso questa sinistra è libera di accompagnarsi a qualsiasi movimento, purché sia contro lo status quo e, più specificatamente, contro l´America. Qualsiasi cosa possa pregiudicare la posizione dell´America nel mondo è sottoscrivibile. Chiunque sia contro gli Stati Uniti tout court è patrocinabile. Tutto ciò spinge la sinistra radicale in direzione di alcune visioni del mondo del tutto irrazionali. <br />
<p class="articolo" style="text-align: justify;">Perché mai, si chiede Cohen, la sinistra sottovaluta la minaccia che l´Islam militante rappresenta per i valori dell´Occidente? Questa forma di Islam incarna tutto ciò verso cui la sinistra fa mostra di provare avversione: è contro la libertà di espressione, non ammette i valori liberali e crede nell´oppressione dichiarata del sesso femminile, ivi compresi i delitti d´onore. Perché la Palestina è una causa per la quale la sinistra si batte, ma così non è per la Cina, il Sudan, lo Zimbabwe, il Congo e la Corea del Nord? Perché coloro che hanno marciato manifestando contro l´invasione dell´Iraq non hanno condannato il regime fascista di Saddam Hussein con la stessa veemenza con la quale hanno avversato la guerra? <br />Nel momento in cui il governo Prodi è caduto perché due senatori non erano disposti ad accettare la presenza dei soldati italiani in Afghanistan o l´allargamento della base Nato di Vicenza, questi sono interrogativi pertinenti. I Taliban si preparano a scagliare un´offensiva in primavera e la Nato sta portando avanti in Afghanistan un incarico molto importante, che vede coinvolti i soldati di vari Paesi. Davvero i contrari a questa missione preferirebbero che l´Afghanistan facesse ritorno a una società dominata da una consorteria religiosa che è tra le più intolleranti e prevaricatrici al mondo? Si può essere d´accordo o in disaccordo con l´iniziale intervento militare in Afghanistan, ma adesso abbandonare quel Paese sarebbe il colmo della follia e dell´irresponsabilità. <br />Nondimeno, la sinistra oggi è divisa al proprio interno. La sinistra radicale non solo è una variante più avventurosa di riformismo: essa ha altresì una visione completamente diversa del mondo, una che potremmo a ragion veduta definire reazionaria. Gli odierni radicali di sinistra sono conservatori sotto mentite spoglie. Persistono ad avere una mentalità da Guerra Fredda, ben dopo la scomparsa di quel mondo bipolare. Tuttora sperano&hellip;che cosa? <br />Un ritorno al socialismo o al comunismo non potrà verificarsi, dal momento che era errato - così oggi noi riteniamo - il presupposto dal quale partivano entrambi, vale a dire il fatto che lo Stato potesse sostituirsi ai mercati nell´adeguare la produzione alle necessità umane. Soltanto i mercati capaci di reagire ogni giorno a milioni di indici dei prezzi saranno in grado di affrontare le enormi complessità delle economie moderne. Questo non significa che dovremmo essere alla mercé dei mercati, non più di quanto siamo alla mercé dello Stato. Una società positiva che la sinistra dovrebbe sostenere a livello locale, nazionale e globale è quella che sa controbilanciare un mercato efficiente e un governo democratico e dinamico, unitamente a una sfera civile solida, che prende parte a ogni processo; un ordine sociale contrassegnato dalla libertà di azione e di espressione, dalla legalità e dall´uguaglianza tra uomini e donne. Questi sono ideali concreti, non fantasie utopistiche, e sono ideali per i quali vale la pena combattere. La caduta del socialismo non corrisponde alla fine della sinistra. L´obiettivo di creare una società che sappia abbinare prosperità e solidarietà a un basso livello di ineguaglianza è quanto mai vivo. <br />È triste per me, sostenitore tenace di un centrosinistra coeso in Italia, constatare che pochi individui &ndash; di sinistra &ndash; potrebbero ancora una volta riconsegnare il governo del Paese alla destra politica. Che genere di politica è mai questa nella quale non vi è senso della responsabilità collettiva, nella quale il bene più grande del Paese è sacrificato sull´altare della correttezza politica? A un osservatore esterno tutto ciò appare privo di senso. A me sembra che alcune persone appartenenti alla sinistra tradizionale molto semplicemente non siano pronte ad accettare le responsabilità di governo. Sono felici soltanto all´opposizione, quando di ogni cosa è possibile biasimare la destra, in modo alquanto conveniente e familiare. Ciò ben si confà a quello che afferma Cohen: solo quando si sa contro cosa si è, e non per che cosa ci si batte, allora, innegabilmente, si è più contenti all´opposizione. <br />La sinistra tradizionale forse oggi può ancora trovare qualcuno da ammirare, Hugo Chavez in Venezuela, per esempio, o Evo Morales in Bolivia, o forse ancora, Fidel Castro. Anche loro ascrivono tutti i mali del mondo agli americani, oppure alle grandi e cattive corporation. Nondimeno, si guardi con attenzione a quello che questi leader stanno facendo nei loro Paesi: Chavez in Venezuela sta distruggendo la democrazia, promette di utilizzare i proventi del petrolio nazionale per aiutare gli indigenti, ma da quando egli ha assunto la leadership la percentuale di chi è in situazione di povertà è di fatto cresciuta. Morales sta nazionalizzando l´industria petrolifera boliviana, mettendo così in fuga quegli stessi investitori d´oltreoceano di cui l´industria del Paese ha urgentemente bisogno, se intende essere competitiva e contribuire allo sviluppo di quella povera nazione. Cuba da quaranta anni è una dittatura, con un´infrastruttura economica che è andata letteralmente a pezzi da quando gli aiuti provenienti dall´Unione Sovietica sono cessati. Per contro, sotto i governi riformisti di Ricardo Lagos, e attualmente di Michelle Bachelet, il Cile è diventato la nazione di maggior successo dell´America del Sud. Questo è il Paese al quale gli altri della regione dovrebbero guardare, per prenderlo a modello per il loro stesso futuro. La percentuale di persone che vivevano sotto la soglia di povertà è scesa dal 30 per cento e più di dodici anni fa all´odierno 18 per cento. <br />L´Italia ha un bisogno disperato di riforme e innovazione. Dal mio punto di vista soltanto un centrosinistra progressista potrà fornirgliele. Sia nel caso in cui l´attuale governo sopravviva, sia nel caso in cui esso invece non sopravviva, i progressisti in Italia devono continuare a perseguire un raggruppamento politico efficiente e integrato. Meglio ancora, un unico Partito Democratico, in grado di arrivare al potere e restarvi, senza più dover dipendere - ammesso che ciò sia possibile - da coalizioni fragili ed effimere, delle quali fanno parte gruppi politici la cui visione appartiene a un mondo ormai scomparso. Questo è un obiettivo da perseguire con rigenerato vigore e rinnovato impegno, qualsiasi cosa accada a breve termine.<br /><br />(traduzione di Anna Bissanti)		 </p>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Tue, 27 Feb 2007 17:27:02 -0600</pubDate>
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<![CDATA[Le primarie made in Genoa]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=66</link>
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<![CDATA[ELEZIONI primarie come strumento di partecipazione democratica sostanziale, valida alternativa alla selezione dei candidati affidata esclusivamente ai vertici autoreferenziali dei partiti: così le vorrebbe la società civile, che vede in esse una importante occasione di coinvolgimento. In quest´ottica la definizione delle regole per le primarie non è una mera questione procedurale. Le regole non sono mai indifferenti nei confronti degli esiti e dunque, per avere esiti coerenti, sono necessarie buone regole.<br />
<div style="text-align: justify;">Le primarie, come metodo di selezione dei candidati, sono di per sé uno strumento estremamente flessibile e possono essere usate - in assenza di una disciplina legislativa, prevista invece negli Stati Uniti o, in Italia, per le elezioni regionali toscane - nelle forme e secondo le regole più diverse Per chi organizza le primarie e ne definisce le regole, le decisioni principali riguardano le scelte su chi può votare e su chi può candidarsi.<br />La risposta alla domanda "chi vota alle primarie?" riguarda la definizione dell´elettorato attivo. Schematizzando, due sono le soluzioni possibili. In caso di primarie chiuse sono ammessi a votare soltanto gli iscritti ai partiti: in questo caso esiste una democratizzazione nella scelta dei candidati, che resta sottratta ai vertici di partito, ma non si produce il coinvolgimento dei simpatizzanti non iscritti. In caso di primarie aperte sono invece ammessi a votare tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro iscrizione a un partito.<br />Coerentemente con l´obiettivo di ampliare la partecipazione democratica, il centrosinistra in Italia, l´unico ad aver fino ad oggi utilizzato le primarie, ha sempre privilegiato soluzioni caratterizzate dalla massima inclusività. Solo così le primarie possono rimediare, almeno parzialmente, alla ormai manifesta incapacità dei partiti a veicolare la domanda di partecipazione popolare e contribuire alla costruzione di un nuovo modo di fare politica, anche nell´ottica di un ripensamento della forma-partito e in vista del futuro Partito Democratico. Primarie aperte, dunque, apertissime per quanto riguarda l´elettorato attivo.<br />D´altra parte, una mobilitazione così ampia dell´elettorato mal si concilia con la ristretta offerta di due candidati appartenenti ad uno stesso partito. E veniamo qui al secondo punto delle regole, ossia la risposta alla domanda "chi può candidarsi?", vale a dire la definizione dell´elettorato passivo. <br />Affinché l´intervento degli elettori alle primarie non sia solo formale, riducendosi a una legittimazione plebiscitaria di scelte di partito, occorre inoltre che essi abbiano realmente la possibilità di scegliere in una rosa di candidature, ciascuna delle quali sia compiuta espressione di una diversa area culturale del centrosinistra, ed al limite veda in lizza anche candidati indipendenti dai partiti. In questo modo, ai diversi candidati possono corrispondere anche diverse priorità dal punto di vista delle elaborazioni programmatiche, e le primarie consentirebbero di scegliere non solo il candidato, ma anche il suo programma di governo. È chiaro inoltre che le candidature dovranno essere supportate da un adeguato numero di firme che, tenendo conto delle dimensioni della città, potrebbe essere utilmente fissato tra un minimo di 1000 e un massimo di 1500.<br />Infine, va rammentato che le primarie debbono essere organizzate in modo da offrire a tutti adeguate garanzie procedurali. Nel caso di primarie di coalizione auto-regolate, come sarebbero quelle genovesi, dette garanzie potrebbero essere assicurate da un comitato di garanzia rappresentativo dell´intera coalizione. La regola elettorale è il maggioritario a turno unico, per cui vince chi ottiene anche un solo voto più degli avversari. L´organizzazione dei seggi potrebbe replicare le modalità adottate in occasione delle primarie nazionali del 16 ottobre 2005, vinte da Romano Prodi. Allora, sul territorio del Comune di Genova furono costituite 71 postazioni elettorali, che si dimostrarono in grado di fronteggiare l´amplissima partecipazione. Il finanziamento basato sull´oblazione di un euro per ogni votante potrà coprire le spese organizzative.<br />Sì, dunque, alle primarie per Genova. Per rispondere alla forte domanda di partecipazione politica dell´elettorato e per selezionare il candidato più idoneo a rappresentare l´intera coalizione, al di là degli steccati di partito.<br /><br />
<div style="text-align: right; font-style: italic;">M. CARLA ITALIA COSULICH, membro del direttivo ligure Ferpi <br />FULVIO VENTURINO, docente di Scienza Politica, Università di Cagliari</div>
</div>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Fri, 29 Sep 2006 08:59:52 -0500</pubDate>
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<![CDATA[Prodi: «Partito democratico, ecco il mio manifesto politico»]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=49</link>
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;"><span style="font-style: italic;">La lettera del Presidente del Consiglio inviata ai gruppi dirigenti, ai parlamentari di Ds e Margherita e alle associazioni impegnate nella costruzione del Partito democratico in vista del seminario che si svolgerà a Orvieto il 6 e 7 ottobre</span><em><br /><br /></em>Care amiche, cari amici, <br />con questa lettera desidero invitarvi a partecipare al seminario sulla costruzione del Partito democratico, che si terrà ad Orvieto il 6-7 ottobre prossimi. L&rsquo;incontro è promosso da me quale presidente dell&rsquo;Ulivo, di intesa con i massimi dirigenti di Ds e Margherita, i soggetti che, insieme, hanno presentato le liste unitarie per la camera dei deputati alle scorse elezioni politiche. Questa iniziativa nasce da una discussione approfondita e risponde ad una esigenza posta da milioni e milioni di cittadini che ci hanno sostenuto e che ci sostengono. <br /><br />Con il seminario di Orvieto vogliamo realizzare un incontro fecondo e libero tra i rappresentanti di partiti, associazioni, movimenti e personalità interessati a trasformare l&rsquo;Ulivo da alleanza elettorale a soggetto politico che unisca tutti i democratici. A questo seminario, daranno un contributo fondamentale i professori Pietro Scoppola, Roberto Gualtieri e Salvatore Vassallo, che ringrazio &#64257;n d&rsquo;ora per essersi assunti l&rsquo;incarico gravoso ma decisivo di introdurre i lavori con relazioni impegnative e basilari. <br /><br />Da più di dieci anni &ndash; cioè da quando ho deciso di partecipare attivamente alla vita politica &ndash; l&rsquo;Ulivo è il centro ed è l&rsquo;orizzonte del mio impegno. <br />In questi lunghi anni ci sono stati successi e battute d&rsquo;arresto. Nei momenti belli e in quelli meno belli ho cercato sempre di tenere ferma la rotta, convinto che il nostro paese avesse bisogno di una grande forza democratica e progressista e che questa forza dovesse nascere dall&rsquo;incontro delle tradizioni riformiste che hanno accompagnato la crescita culturale, sociale e civile del nostro popolo e hanno sostenuto attivamente quel processo storico che ha condotto le masse degli umili e dei diseredati, uniti dall&rsquo;impegno nel lavoro e dal desiderio di una vita migliore e di una società più giusta per sé e i propri &#64257;gli, a diventare protagonisti della vita pubblica e, anche attraverso i partiti che hanno dato loro voce e rappresentanza, parte fondamentale e costitutiva della Repubblica e dello stato democratico. <br />Oggi più che mai mi sento di ripetere quello che tante volte ho detto negli anni passati: non ci sono più ragioni perché le tradizioni riformiste dei socialisti, dei popolari e dei cattolici-democratici, dei liberaldemocratici e dei laico-repubblicani, divise dalla storia e dai contrasti ideologici del &lsquo;900, continuino ad essere divise anche in un secolo nuovo, cominciato con qualche anticipo con la caduta del muro di Berlino. <br />Le divisioni del passato non hanno dunque più ragione di esistere, ma è nel futuro che dobbiamo cercare le ragioni di una unità nuova e feconda. <br />Queste ragioni oggi sono forti ed hanno il loro fondamento nella domanda di cambiamento del paese che sale dalla nostra gente che si attende sia un orizzonte di crescita economica e sociale guidata da criteri di equità, di merito e di solidarietà che un quadro di stabilità di governo assicurato da un sistema politico bipolare trasparente e moderno. <br />Offrire una risposta a questa domande è ciò che ci ha guidato nella elaborazione del programma di governo e nella costruzione della coalizione di centrosinistra &ndash; l&rsquo;Unione &ndash; che abbiamo candidato con successo a guidare il paese. <br />Le elezioni le abbiamo vinte. E certo oggi l&rsquo;impegno nel governo è di importanza fondamentale perché la realizzazione del programma dell&rsquo;Unione &ndash; di cui l&rsquo;Ulivo è tanta parte &ndash; a cui gli italiani hanno dato &#64257;ducia è la condizione di successo di ogni ulteriore iniziativa politica. <br />Ora, mentre il paese è unito nell&rsquo;assunzione di responsabilità internazionali per la pace e il governo è impegnato nella definizione di una legge finanziaria che rilanci crescita e sviluppo, potremmo essere portati a dimenticare quanto sia stata dura e difficile la battaglia contro la destra e a sottovalutare l&rsquo;impegno necessario a consolidare la coesione della coalizione e a portare a compimento il progetto dell&rsquo;Ulivo. <br />Non sono trascorsi ancora tre mesi dal referendum costituzionale che ha respinto la sciagurata riforma della Casa delle libertà, chiudendo una stagione politica lunga e densa di appuntamenti elettorali vinti dal centrosinistra. È ai successi della stagione appena conclusa che dobbiamo riallacciarci per dare sostanza e futuro al progetto del Partito democratico. Il risultato delle elezioni politiche del 9-10 aprile ha premiato la proposta dell&rsquo;Ulivo, che, insieme agli altri partiti dell&rsquo;Unione, ha offerto al paese un programma di governo affidabile, nel quale la maggioranza degli elettori ha riconosciuto le possibilità di rilancio dello sviluppo economico e sociale del paese in una cornice di giustizia ed equità per tutti i cittadini. Le successive elezioni amministrative hanno confermato la fiducia conquistata alle politiche, consolidando ed ampliando il radicamento dell&rsquo;Ulivo e dei suoi rappresentanti nei comuni e nelle amministrazioni locali. <br />La destra è all&rsquo;opposizione. L&rsquo;Ulivo &ndash; unito da un comune programma agli altri partiti dell&rsquo;Unione &ndash; è al governo. Dare al paese il governo di cui ha bisogno è prioritario ed è l&rsquo;impegno che abbiamo assunto con tutti gli italiani. <br />Eppure la responsabilità che oggi avvertiamo non si esaurisce nell&rsquo;esercizio del governo, ma si estende anche all&rsquo;impegno a condurre in porto quel processo politico che, dopo anni di sforzi ed esperimenti, ha portato, anche attraverso le primarie del 16 ottobre 2005, alla decisione di proporre la lista unica dell&rsquo;Ulivo alla camera dei deputati e, quindi, riconoscendo il successo di questa proposta e le speranze sottese in questo successo, alla costituzione dei gruppi parlamentari dell&rsquo;Ulivo in entrambe le camere. <br />Ho voluto brevemente ripercorrere le tappe del nostro cammino recente perché nulla di quanto abbiamo raggiunto era scontato, perché nulla di quanto abbiamo conseguito è assicurato per il futuro se non avremo la forza di proseguire sulla via delle riforme e dell&rsquo;innovazione. <br />È giunto il momento di formulare proposte ed assumere impegni per costituire quel grande soggetto democratico di cui l&rsquo;Italia ha bisogno per dare stabilità al governo e per consolidare &ndash; anche attraverso gli opportuni aggiustamenti istituzionali e la modifica della legge elettorale &ndash; l&rsquo;impianto bipolare del nostro sistema politico. L&rsquo;Italia ha bisogno di un grande partito moderno che unisca tutti i democratici e che costituisca il baricentro politico e programmatico del campo riformatore e progressista. <br />Taluni, dinanzi alle difficoltà dell&rsquo;impresa, avanzano dubbi, nutrono incertezze, temono la fretta e mettono in guardia dalla effettiva possibilità di una sintesi di tradizioni e valori distinti. Altri mettono in guardia dal rischio verticistico e burocratico, immaginando un partito che si costituisca per sommatoria di Democratici di sinistra e di Margherita, a cui pure viene riconosciuto da tutti &ndash; al di là delle critiche &ndash; un ruolo fondamentale nella promozione del nuovo partito. Altri ancora immaginano la nascita del nuovo partito come una palingenesi che dovrà azzerare le organizzazioni esistenti e sostituirle con un nuovo ordine che nasce da un nuovo inizio senza passato. <br />In tutte le obiezioni che vengono mosse al progetto di Partito democratico vi è qualcosa di vero. <br />Ma noi dobbiamo tenere conto di tutti i dubbi e di tutte le obiezioni e non farci bloccare da nessuna di esse. Dobbiamo avere pazienza, ma dobbiamo anche procedere spediti. È quello che stiamo facendo &ndash; nell&rsquo;Ulivo, nei gruppi parlamentari di camera e senato, nelle regioni e nei comuni &ndash; sforzandoci di immaginare la forma e il percorso da dare a un processo che trasformi l&rsquo;alleanza elettorale dell&rsquo;Ulivo in unità in un partito politico che sia nuovo e aperto. Sono persuaso che occorra innescare &ndash; e re-innescare &ndash; un processo che investa sul desiderio di discussione e sulla voglia di partecipazione della nostra gente, un processo che, per ampiezza e per profondità, si ispiri alla grande esperienza delle Primarie. <br />Senza entusiasmo e senza passione non costruiremo il partito nuovo di cui abbiamo bisogno. Ci vuole fiducia e ottimismo. Quando abbiamo deciso di svolgere le primarie &ndash; la decisione fu presa nel giugno del 2005, dopo passaggi e confronti anche aspri &ndash; chi credeva che più di 4 milioni di cittadini vi avrebbero preso parte? In quella esperienza noi abbiamo costruito un incontro virtuoso tra organizzazione dei partiti ed elettori, abbiamo abbattuto barriere e costruito ponti. Abbiamo evitato che dicotomie negative quali base/ vertice o partiti/società-civile costruissero finte polarità e finte alternative. <br />Il Partito democratico non potrà nascere che dall&rsquo;incontro tra la responsabilità dei gruppi dirigenti (che sarà anche verifica degli stessi) e la voglia di partecipazione, di quello che, per semplicità, chiamo popolo delle primarie. <br />Dobbiamo immaginare un percorso in cui le scelte e le decisioni dei partiti (nei loro organi decisionali, fino ai congressi) si incontrino e convergano con una platea di soggetti più ampia e meno, o diversamente, strutturata. <br />Avendo presente tutto quanto detto, penso quindi che noi dobbiamo iniziare a definire il progetto del Partito democratico, ragionando su tre questioni: le ragioni storiche e politiche del nuovo partito; il suo profilo ideale e programmatico; la sua forma organizzativa e il processo costituente. <br />Sono proprio questi i temi centrali del seminario di Orvieto, che sarà una tappa fondamentale nella costruzione del Partito democratico se offrirà l&rsquo;occasione non solo per interrogarsi ma anche per dare forma e prospettiva alla discussione sulla carta fondativa del nuovo partito e sulla partecipazione larga e strutturata dei nostri sostenitori al processo costituente che, fino da ora, può darsi l&rsquo;obiettivo del battesimo politico alle prossime elezioni europee. La complessità e le difficoltà di questo processo non devono spaventarci. <br />Semmai devono spronarci. È in questo spirito che rinnovo l&rsquo;invito a partecipare al nostro incontro di Orvieto, tappa di un viaggio lungo di cui ormai intravediamo il traguardo e che dobbiamo apprestarci a concludere. <br /></div>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Tue, 19 Sep 2006 16:46:46 -0500</pubDate>
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<![CDATA[L'Europa che guarda al Partito democratico]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=42</link>
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<![CDATA[<p style="text-align: justify;">«L&rsquo;Italia dell&rsquo;Ulivo è la novità che sta facendo la differenza in Europa e nel mondo». «Faremo di tutto per sostenere la nascita e il rafforzamento del Partito democratico in Italia». <br /></p>
<p style="text-align: justify;"><br />Sono state queste le affermazioni che più abbiamo avuto modo di ascoltare, in queste settimane, e, da ultimo qualche giorno fa a Strasburgo, negli incontri che i Democratici di sinistra hanno avuto con esponenti dei partiti socialisti europei. <br /><br />Vi è certamente un grande interesse e apprezzamento tra le forze democratiche e progressiste del nostro continente, e in maniera particolare all&rsquo;interno della famiglia socialista, nei confronti della nuova fase del nostro Paese, del governo Prodi, dell&rsquo;originale esperienza politica che qui si sta compiendo. <br /><br />E&rsquo; per questi motivi, per conoscere più approfonditamente il processo che in Italia deve portare alla costruzione del Partito democratico, che il gruppo socialista al Parlamento europeo ha invitato, nei giorni scorsi, il Segretario dei Democratici di sinistra Piero Fassino ad intervenire alla assemblea plenaria del gruppo. <br /><br />Alcuni resoconti giornalistici e taluni commenti su quella visita e sui suoi esiti rischiano di dare una percezione non corrispondente alla realtà di quelle che sono invece una forte simpatia e un ampio consenso che sta suscitando nei partiti socialisti europei l&rsquo;esperienza italiana. <br />Siamo certamente soltanto nella fase iniziale di un confronto che è bene approfondire e che è destinato ad interagire con la realtà politica europea. <br /><br />Proprio per questo è di fondamentale importanza che, sin da ora, l&rsquo;esperienza dell&rsquo;Ulivo si confronti con la dimensione della politica a livello europeo e internazionale e che riesca a conquistare simpatia e consenso, a sviluppare alleanze e a partecipare pienamente al dibattito, alla riflessione e all&rsquo;iniziativa anche al di là dei confini del nostro Paese. <br /><br />Mi pare quindi di grande rilevanza che, grazie all&rsquo;iniziativa dei Democratici di sinistra, stia maturando nella famiglia socialista europea la consapevolezza che il processo di costruzione del Partito democratico possa rappresentare una grande opportunità. Così come abbiamo l&rsquo;interesse e la volontà che l&rsquo;Ulivo diventi sempre più la casa comune dei riformisti italiani, dove convergano percorsi e tradizioni diversi, uniti da valori, programmi e obiettivi comuni. Così si sta diffondendo la consapevolezza che dalla nostra esperienza italiana, del tutto peculiare, possa venire un contributo forte per allargare il campo delle forze progressiste nel nostro continente. <br /><br />Tutto ciò non pregiudica né predefinisce oggi caratteri, tappe e punti di arrivo di un percorso che in Italia deve essere condiviso e determinato da volontà comune. <br />Sarebbe tuttavia sbagliato e rischierebbe di privarci di un&rsquo;interlocuzione e di un ambito di lavoro essenziale, se non cogliessimo la disponibilità mostrata verso il Partito democratico da parte della più importante famiglia europea ed internazionale, che raccoglie gran parte dei partiti di centrosinistra e del riformismo democratico in Europa e nel mondo. <br /><br />D&rsquo;altronde le forze che fanno parte dell&rsquo;Ulivo, e la stessa azione di Romano Prodi come Presidente della Commissione Europea, si sono battute per ottenere il riconoscimento anche costituzionale della funzione dei partiti politici europei, come strumenti essenziali per favorire l&rsquo;elaborazione politica, la partecipazione e la presa delle decisioni a livello dell&rsquo;Unione Europea, andando al di là dei particolarismi nazionali. <br />Il rapporto e l&rsquo;interazione col PSE, a cominciare dalla dimensione del Parlamento Europeo, è quindi un tema essenziale per ogni forza riformista e progressista europea. <br /><br />Non si tratta quindi di porre una questione di &ldquo;identità&rdquo; o tanto meno di una astratta &ldquo;scelta ideologica&rdquo; quanto invece di non lasciare sfuggire una opportunità vitale per ogni grande forza riformatrice. PSE e Internazionale Socialista sono oggi organizzazioni plurali, che si sono nel corso degli anni ampliate, in cui convergono le esperienze più significative del riformismo europeo. <br />La dinamica politica italiana deve trovare riscontro e capacità di azione, nella dimensione europea, anche attraverso un proficuo rapporto di sinergia e di dialettica con esse. <br /><br />Le sfide che abbiamo di fronte nel nostro continente, dal rilancio del processo costituzionale europeo alla affermazione del ruolo dell&rsquo;Unione Europea come attore sulla scena internazionale, dalla qualità dello sviluppo economico e sociale alla capacità di governare i fenomeni migratori, dalla garanzia dell&rsquo;accesso alle risorse energetiche allo sviluppo di nuove politiche di cooperazione internazionale, che richiedono di costruire una piena capacità di azione anche a livello europeo. <br /><br />Avremo modo di discutere e confrontarci su queste sfide che, per loro natura, sono complesse. Non è bene cominciare pronunciando dei &ldquo;no&rdquo;. Occorre invece intelligenza, tenacia e immaginazione per fare in modo che la forza e le potenzialità del riformismo italiano si collochino efficacemente al centro dei processi politici del nostro continente. <br /><br /></p>]]> 
</description>
<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Wed, 13 Sep 2006 18:42:06 -0500</pubDate>
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<![CDATA[Un partito post-socialista, nuova forza]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=38</link>
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;">CARO direttore, la grandezza della sinistra, nel corso della storia, è stata sempre quella di saper cambiare, di trovare un senso alla società in cui viveva, di definire la sua dimensione etica, i suoi valori, le sue politiche, per poter "star dentro" il proprio tempo e perseguire i suoi obiettivi di fondo. Fu così nel XIX secolo per la sinistra liberale e repubblicana figlia della rivoluzione francese. Fu così in quella svolta epocale che gradualmente, negli ultimi decenni di quello stesso secolo e agli inizi del successivo, vide nascere le organizzazioni del movimento operaio e il sostituirsi, nel cuore della sinistra, dei partiti socialisti e laburisti a quelli liberal-democratici e radicali. <br />                                               <br /> La sinistra cambiò perché era cambiato il mondo, perché si erano profondamente modificate le condizioni economiche e sociali. L'industrializzazione di massa, la fatica e lo sfruttamento di milioni di persone, la spinsero a cercare nuove teorie, a porsi nuovi obiettivi - dai diritti civili e politici a quelli sociali, "materiali", per restare nel campo del riformismo - e a dar vita a nuove organizzazioni. <br />                                               <br /> Le stesse grandi esperienze riformiste del Novecento sono state quelle che hanno saputo interpretare il mondo che cambiava, dal <em>New Deal</em> di Roosevelt alla nuova frontiera di pace e di prosperità indicata da Kennedy alla sua generazione fino al multilateralismo, alla crescita economica e agli investimenti pubblici nell'istruzione e nelle alte tecnologie di Clinton; da Willy Brandt a Olof Palme, al loro aggiornamento dei modelli di welfare state, all'Ostpolitik, all'impegno per il disarmo nucleare. Obiettivi da raggiungere attraverso il governo e le riforme, ma obiettivi radicali, nati dalla capacità di condividere aspettative di popolo. <br />                                                                                 <!--inserto--></div>
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<div style="text-align: justify;"><!--/inserto-->                                               <br /> Oggi siamo chiamati a compiti altrettanto grandi, perché altrettanto grandi sono i cambiamenti che ci coinvolgono. E' il momento, non contingente, ma storico, di dar vita in Italia al Partito democratico. Che non è affatto la fine della storia della sinistra, ma al contrario la sua nuova dimensione. Che non è il venir meno di una visione, di un'idea di società, del perseguimento di grandi obiettivi, ma è la ricerca di strumenti nuovi e concreti per rispondere ai compiti che sono della sinistra: accompagnare alla crescita economica coesione e giustizia sociale, ridurre le disuguaglianze, creare le condizioni perché vi siano le stesse chances per ognuno, sostenere chi da solo non ce la fa e offrire opportunità a chi ha talento e vuole riuscire, far sì che la libertà sia di tutti e non di pochi. <br />                                               <br /> La sinistra è questo, non qualcosa di astratto, non un luogo geografico, e nemmeno può essere l'angelo di Paul Klee che sa procedere solo volgendo lo sguardo indietro. <br />                                               <br /> Quasi dieci anni fa, nell'introduzione a un mio libro pubblicato nel pieno dell'esperienza del primo governo dell'Ulivo, scrissi che "il centrosinistra è la nuova sinistra del Duemila". Oggi non ho meno motivi per pensare sia così. Ne ho semmai di più. La storia del socialismo, del socialismo democratico, è segnata da grandi conquiste, da un cammino che ha migliorato le condizioni dell'uomo in rapporto alla produzione e ha diffuso possibilità di partecipazione prima inesistenti. <br />                                               <br /> Ma la tavola dei valori del Partito democratico, il suo inedito "alfabeto", non potranno venire solo da quella storia, e nemmeno semplicemente dal suo aggiornamento. Ha ragione Lloyd: la visione da dare a chi ancora chiede valori in cui credere è necessariamente pluralista, perché plurali sono le nostre società, le società delle nuove tecnologie, dell'economia globale, degli individui e non più delle classi, dei "consumatori" e non solo dei "produttori". <br />                                                <br /> La visione del Partito democratico potrà venire solo dalla fusione, e non dal semplice accostamento, del pensiero della sinistra democratica e liberale, del personalismo cristiano, del comunitarismo, dell'ambientalismo, di una parte di quella critica radicale della società che non è più ideologica e che si può ritrovare in un contenitore ampio e aperto, dei nuovi apporti culturali che il nostro tempo così veloce produce, dei linguaggi e dalle forme di partecipazione che arrivano dalla Rete. <br />                                                <br /> Verrà, questa visione, se queste culture, e le forze che ad esse si richiamano, comprenderanno che per andare avanti dovranno superare alla radice la loro parzialità, la loro separatezza, la loro insufficienza, scegliendo quel "libero scambio delle idee" che per Giddens è condizione indispensabile di ogni innovazione politica. Quello delle differenze interne al nuovo Partito è un falso problema. La cosa peggiore da fare, ora, è evocare tutti i possibili elementi di divisione, dalle questioni etiche alla futura collocazione nelle organizzazioni sovranazionali. <br />                                                <br /> "I nostri passi inventano il sentiero a mano a mano che si va avanti", ha scritto Tahar Ben Jelloun. Una saggezza che dovremo far nostra, anche perché a ben vedere le differenze non sarebbero così grandi sui temi economico-sociali e sul piano internazionale, mentre quelle sulle questioni "eticamente sensibili" sarebbero non solo normali, ma rappresenterebbero un arricchimento, un esercizio paziente di sintesi da portare nella vita pubblica, contro ogni rischio di bipolarismo etico. <br />                                                <br /> "Sintesi" è forse la parola chiave che dovrà guidare, in senso più ampio, il cammino del Partito democratico. Quando sarà nato, perché dovrà funzionare e assumere decisioni rispettando peso della maggioranza e diritti della minoranza. E già nei primi passi, quelli che faranno incontrare fino a "confondersi", come ha scritto Giuliano Amato, le diverse identità e le culture del centrosinistra, che saranno giustamente orgogliose di ciò che sono state, ma che dovranno avere la saggezza di cercare la loro unità più che in un percorso condiviso del passato, in una visione comune del futuro. <br />                                                <br /> L'esigenza storica del Partito democratico non nasce da astrattezze politologiche. Non è una questione di etichette e formule politiche. Se le lasciamo da parte, ci accorgiamo che il Partito democratico già c'è. E' formato da milioni di persone, da chi spende il suo impegno civile nei partiti, dal popolo delle primarie, da una coscienza diffusa, da tutti quei cittadini che in ogni occasione hanno detto di preferire un campo largo e vario rispetto alle dimensioni più limitate di un partito, come ogni elezione dal '96 ad oggi ha dimostrato. <br />                                                <br /> E' questo che i Ds, la Margherita e spero tutte le forze riformiste sembrano aver capito. Il Partito democratico non può nascere né solo dall'incontro di ciò che esiste né senza ciò che esiste. E', oggi, la sfida più alta per la capacità di innovazione, il coraggio, la generosità di tutti. Fare il nuovo, non cercare le mille ragioni per non farlo. Si può dar vita al primo partito italiano, per voti e per unità e coerenza programmatica. Condizione è che nasca con un programma riformista ma non moderato, realista ma in grado di immaginare programmi e valori carichi di "radicalità" del cambiamento. Una forza di popolo, non un'assemblea di stati maggiori. <br />                                                <br /> Il nuovo Partito nascerà davvero se risponderà alle esigenze del Paese in questo determinato momento della nostra vicenda nazionale, se interpreterà le domande, i bisogni e le aspettative degli italiani, assumendo le tensioni della società e offrendo una sintesi, una prospettiva. Nascerà, e si consoliderà, se avrà e indicherà una visione, un sistema di valori. Se saprà cambiare atteggiamento culturale di fronte alle nuove tecnologie, se farà fino in fondo propria l'idea che il mercato regolato è il terreno su cui si possono esprimere le energie e le potenzialità che l'Italia possiede, se renderà sempre più concreta l'idea di welfare community che muove dalla convinzione che lo stato sociale è una grande conquista, che nessuna concessione va fatta al darwinismo sociale, che la chiave è rafforzare la rete di tutela e promozione formata da volontari e associazioni, dalle stesse famiglie. <br />                                                <br /> Nascerà, il Partito democratico, se trasmetterà passione, emozione, sentimenti. Fiducia nel futuro. Per tutti quei ragazzi che possono entrare nel mondo del lavoro grazie a contratti meno rigidi di una volta, ma che resteranno prigionieri della precarietà se non troveranno diritti e tutele sul piano della formazione nel passaggio da un posto all'altro, della solidità delle indennità di disoccupazione, della continuità previdenziale. Fiducia e futuro per i tre milioni di immigrati regolari che sono una risorsa economica e sociale, e che meritano di essere integrati pienamente, di partecipare attivamente alla vita pubblica. Per i nostri giovani ricercatori, che devono avere a disposizione strumenti e risorse per non essere costretti o a lasciare l'Italia o a restare tra mille difficoltà. <br />                                                <br />                                                     <!-- do nothing --> Riuscire a fare tutto questo, farlo inserendo il concreto governo delle cose dentro una visione più ampia, anche con la necessaria radicalità di principi e ideali, è il modo non per abdicare, ma per scrivere pagine nuove nella storia della sinistra.</div>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Sat, 02 Sep 2006 15:01:11 -0500</pubDate>
<guid isPermaLink="false">tag:cadenhead.org,2004-05-20:java21days.38</guid>
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<![CDATA[Partito democratico Attenti alle finte elettorali]]> 
</title>
<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=37</link>
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;">IL DIBATTITO sul futuro dell´Ulivo e sulla sua mutazione nel Partito Democratico si dispiega fra i due maggiori partiti interessati, Ds e Margherita, su temi lontani dai problemi che stanno a cuore dei cittadini. A parole si afferma una ferma volontà di procedere a una rapida integrazione, ma ciascuno dei due fronti propone un´idea del futuro Partito Democratico che è più o meno la fotocopia del partito di appartenenza. Rivelatrici al riguardo sono le identità rivendicate. <br />Una, irrinunciabile, che imporrebbe la confluenza nel gruppo del Partito Socialista Europeo, l´altra, parimenti irrinunciabile, che la escluderebbe a favore di una collocazione centrista comunque coerente e compatibile con le radici cattoliche. Entrambe condizioni collidenti e dirimenti che evocano antichi conflitti, quelli fra Peppone e Don Camillo, piuttosto che cambiamenti radicali dell´approccio alla politica. Ma al di là della delusione per il livello del dibattito e per le incoerenze a questo sottese (dei quali non certo deve sorprendersi, sia detto per inciso, chi come il sottoscritto abbia avuto modo di sperimentare personalmente l´abisso che divide la politica predicata da quella praticata), quello che è certo è che la costituzione o meno del Partito Democratico avrà a che fare con cose molto più concrete e prossime ma molto lontane dal contenuto del confronto che Ds e Margherita dedicano questa specifica materia. Avrà a che fare anzitutto con la tenuta o meno delle coalizioni, sia quella di maggioranza che quella di minoranza, e quindi del quadro politico attuale. <br />Il bipolarismo è appeso a un filo e il maggioritario rischia il tramonto definitivo. Se andranno avanti le "larghe intese", allora non sarà più possibile parlare di Partito Democratico come pure di bipolarismo, come pure di democrazia dell´alternanza. <br />Ovviamente la partita non si giocherà su questi temi ma sulla Finanziaria nel prossimo autunno. E´ questa l´occasione nella quale sarà possibile verificare l´eventuale sfarinamento degli attuali assetti. In secondo luogo, e come conseguenza dell´assunto precedente, questo futuro avrà a che fare con l´impegno o meno a cambiare la legge elettorale, che ci ha condotto agli attuali livelli di instabilità politica. Con questa legge elettorale, infatti, sarà impossibile dar luogo a formazioni politiche unitarie e ampie mentre sarà sempre possibile a formazioni piccole e piccolissime e persino a singoli parlamentari tenere sotto scacco la coalizione di appartenenza. <br />L´attuale legge non solo è antidemocratica perché impedisce un rapporto stretto tra cittadini e candidati e mette nelle mani delle oligarchie di partito la scelta degli eletti ma lascia anche per intero agli stessi partiti la possibilità di intese postelettorali per definire gli assetti di governo. Non è chi non veda che di riforma elettorale i partiti o non parlano o, se ne parlano, è per dire che il tema non è prioritario o per proporre soluzioni contraddittorie e parziali o per rinviare il problema alla seconda parte della legislatura, (così l´On. Francesco Rutelli in una recente intervista all´Espresso). <br />Vale a dire quando si incontrerebbe l´obiezione, largamente utilizzata nella passata legislatura dal centrosinistra nei confronti del centrodestra, che le regole del gioco non si cambiano a ridosso delle elezioni. <br />E´ su questi specifici nodi, e non sulle chiacchiere, che ci giocheremo il futuro dell´Unione e del Partito Democratico e, a mio giudizio, il futuro stesso del Paese e delle nuove generazioni.<br />I segnali non sono confortanti. Ma i segnali sono contraddittori, anche a livello locale dove a parole lo slogan è: "Avanti tutta". Ma nei fatti? Che ne è del gruppo unico in Regione, Provincia e Comune? La Margherita sembra rivendicarli ma i DS? <br />Ho ragione di ritenere che non si avrà il coraggio di andare alla formazione di liste uniche per le prossime elezioni amministrative, magari chiedendo a prestito il simbolo dell´Ulivo senza aver compiuto prima questi passi chiari e concreti. In mancanza dei quali sarei molto esitante a concedere l´uso di questo simbolo, che apparirebbe, ancora una volta, un cartello, un espediente elettorale. In pratica chiedendo ai cittadini di votare un partito che non c´è. Non penso si possa continuare in questo modo. <br />Ho poi ragione di ritenere che non si potrà non andare al confronto serio proposto da primarie vere, regolate e aperte a più di candidati. Primarie di coalizione. Dunque interne all´Ulivo o all´Unione. Ma per essere nell´Ulivo o con l´Ulivo, l´Ulivo deve esistere e quindi occorre imboccare decisamente la strada del Partito Democratico. Ma sulle Primarie, i DS, pur tra molti distinguo sembrano d´accordo. Non la Margherita. Anche in questo caso convergenze parallele. Bene ha fatto La Repubblica ad aprire il ventaglio delle candidature per il ruolo di primo cittadino e a mettere in campo il tema del programma. Soltanto così sarà possibile uscire dalle nebbie delle adesioni formali al Partito Democratico per verificare la sua concreta fattibilità. <br />Proprio le contraddizioni ma anche le possibili prospettive positive offerte dalle circostanze devono spingere l´Associazione per il Partito Democratico a mantenere e rafforzare il suo impegno proprio per il superamento delle difficoltà in vista delle quali essa stessa è stata costituita. <br />Nella consapevolezza che se non si cambiano atteggiamenti e comportamenti, e soprattutto, i concreti problemi prima richiamati non avranno uno sbocco positivo, rischia di avverarsi la profezia del Ministro Fabio Mussi, persona non favorevole al Partito Democratico ma al tempo stesso politico franco e intelligente, che ha detto "Attenti, non possiamo trascinare a lungo questa storia del Partito Democratico, altrimenti ci giriamo e l´esercito non c´è più". Penso anch´io che la tenacia del popolo dell´Ulivo, ancorché robusta e collaudata, non possa essere considerata una risorsa infinita.<br /></div>]]> 
</description>
<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Fri, 01 Sep 2006 14:59:02 -0500</pubDate>
<guid isPermaLink="false">tag:cadenhead.org,2004-05-20:java21days.37</guid>
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<title>
<![CDATA[Dall'Ulivo al Partito Democratico]]> 
</title>
<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=31</link>
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;"><font color="#000000" class="testo">Con la vittoria nelle elezioni politiche del 10 e 11 aprile e con i risultati confortanti delle elezioni amministrative di maggio si chiude non soltanto un ciclo elettorale intenso e impegnativo, ma soprattutto si è aperta una nuova stagione politica caratterizzata dall&rsquo;esaurirsi del berlusconismo e dal ritorno a responsabilità di governo di una coalizione riformista e progressista. Da questo mutamento radicale di scenario occorre adesso trarre tutte le conseguenze e rivolgere la nostra attenzione alle nuove sfide che ci attendono. </font><br /></div>
<font color="#000000" class="testo">Per ciò che hanno rappresentato per quasi un quindicennio Berlusconi e il progetto politico da lui rappresentato, il mutamento nella guida politica del Paese, infatti, non è un semplice cambio di governo.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">E&rsquo; bene non dimenticare mai che Berlusconi si era presentato agli italiani con un messaggio ambizioso e suggestivo: modernizzare l&rsquo;Italia, liberare le energie del Paese, offrire a ciascuno più opportunità e più occasioni.</font><br /><font color="#000000" class="testo">E il tutto era stato alimentato dall&rsquo;idea che per &ldquo;far volare l&rsquo;Italia bisognava renderla più leggera&rdquo;.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">E dunque: meno Europa vissuta come un vincolo soffocante; meno concertazione subita come un ostacolo allo sviluppo; meno certezze e tutele sociali rappresentate come un retaggio del passato; meno regole, ogni giorno negate in nome della destrutturazione di qualsiasi spirito pubblico.</font><br /><font color="#000000" class="testo">L&rsquo;esito è stato fallimentare come dimostra la crescita zero, il disastro dei conti pubblici, l&rsquo;aggravarsi dei fattori di precarietà nel lavoro e nella vita di tanti, l&rsquo;impoverimento degli strati sociali più umili, nonché la marginalità internazionale e europea del Paese.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">E&rsquo; fallito un progetto che, tenendo insieme pulsioni populistiche e velleità neoliberiste, ha tentato di rimodellare la società italiana, i suoi assetti sociali, i rapporti di forza tra partiti e tra coalizioni, il ruolo delle istituzioni. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Insomma la destra non ce l&rsquo;ha fatta.</font><br /><font color="#000000" class="testo">E ora tocca al centrosinistra riprendere in mano le redini di un&rsquo;Italia che &ndash; proprio per effetto della politica della destra &ndash; è un paese oggi più esposto al rischio di un declassamento della sua forza economica e di una regressione della sua coesione sociale e nazionale.</font><br /><font color="#000000" class="testo">Oggi governare non è davvero solo amministrare bene. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Serve uno scatto, un salto, una &ldquo;scossa&rdquo; come l&rsquo;ha chiamata Romano Prodi. Una scossa che rimetta in movimento l&rsquo;Italia e restituisca fiducia e certezze ai tanti &ndash; le imprese, le famiglie, i giovani, il mondo del lavoro, le donne &ndash; che hanno visto la loro vita insidiata da molte forme di incertezza, precarietà, solitudine.</font><br /><font color="#000000" class="testo">Vincere la prova del governo è dunque la prima grande sfida che sta di fronte a Romano Prodi e al centrosinistra.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Per vincerla, tuttavia, serve misurarsi anche con l&rsquo;altra grande sfida che ci consegna il voto del 10-11 aprile: il tema cruciale della trasformazione dell&rsquo;Ulivo da alleanza politico-elettorale a soggetto politico a tutto tondo. </font><br /><font color="#000000" class="testo">In realtà l&rsquo;Ulivo fin dalla sua nascita &ndash; nel &rsquo;95 &ndash; non fu concepito soltanto come una alleanza elettorale. Già nella sua prima fase &ndash; il quinquennio &rsquo;96 &ndash; 2001 in cui guidò il governo del Paese &ndash; l&rsquo;Ulivo fu pensato come un soggetto politico in graduale divenire, il luogo di incontro dei diversi riformismi italiani, la casa comune dei riformisti.</font><br /><font color="#000000" class="testo">E quando nel 2001 riflettemmo sulla sconfitta elettorale, ne individuammo una delle ragioni proprio in una insufficiente dimensione politica dell&rsquo;Ulivo.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Tant&rsquo;è che abbiamo fatto del rilancio dell&rsquo;Ulivo il perno per la ricostruzione dell&rsquo;unità del centrosinistra e abbiamo presentato per tre volte consecutive l&rsquo;Ulivo agli elettori &ndash; nelle elezioni europee del 2004, nelle regionali del 2005, nelle politiche del 2006 &ndash; raccogliendo ogni volta un consenso di circa un terzo del corpo elettorale. Non solo, ma nelle aree socialmente più dinamiche &ndash; le città, i territori urbani, i giovani &ndash; il consenso raccolto dall&rsquo;Ulivo è stato più ampio di quello dei suoi partiti. Tant&rsquo;è che, all&rsquo;indomani delle elezioni, è apparsa naturale la formazione dei gruppi parlamentari dell&rsquo;Ulivo; come naturale è apparso presentare il simbolo dell&rsquo;Ulivo anche nelle principali città andate al voto il 28 e 29 maggio. A conferma che l&rsquo;Ulivo è un soggetto nel quale si è venuta riconoscendo via via una quantità crescente di elettrici ed di elettori, una parte dei quali non hanno appartenenza partitica.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">E questa è la ragione per cui sono convinto che nel nome del nuovo Partito, comunque lo si chiami, si dovrà fare esplicito riferimento all&rsquo;Ulivo, perchè in questo simbolo e in questo nome si riconoscono già oggi milioni di donne e di uomini.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Ho richiamato queste considerazioni per ricordare che quel progetto politico che comunemente viene chiamato &ldquo;Partito Democratico&rdquo; non nasce oggi. Ha alle spalle già undici anni di vita. E anche per questo è necessario portarlo a compimento con la definitiva trasformazione dell&rsquo;Ulivo in un grande partito democratico e riformista. </font><br /><font color="#000000" class="testo">Per realizzare questo obiettivo è tempo che la discussione sul Partito Democratico viva concretamente nella società italiana. Un partito nuovo, infatti, soprattutto se corrisponde ad un progetto politico ambizioso e di ampio respiro, non può nascere in laboratorio. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Il dibattito sul nuovo soggetto politico tende spesso ad incagliarsi sui nomi, sulle date, sugli organigrammi, sulla leadership: non sono questioni secondarie, ma quando prevalgono su tutto il resto rischiano di soffocare una riflessione che deve invece essere culturalmente densa e alta, arricchita da una larga partecipazione adeguata all&rsquo;importanza di un progetto politico che vuole avere portata storica e non contingente. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Non serve, quindi, chiudersi in un angusto dibattito organizzativo. Non è questo che ci chiedono i milioni di cittadini italiani che dal 1996 ad oggi hanno accompagnato la nascita e l&rsquo;affermazione dell&rsquo;Ulivo: persone in carne ed ossa che con la loro passione, la loro generosità, la loro dedizione hanno confermato via via di avere fiducia nella nascita di una forza politica unitaria, riformatrice, progressista, capace di rappresentarne bisogni e idee, aspirazioni e valori. E di tradurli concretamente in progetto di governo.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">La costruzione dell&rsquo;Ulivo come partito democratico e riformista deve, dunque, essere il frutto di un processo politico vero, nel quale la consapevolezza dei mutamenti sociali, economici e culturali che hanno investito il mondo, l&rsquo;Europa, l&rsquo;Italia nell&rsquo;ultimo quarto di secolo, si incontri con la capacità di interpretare il futuro, di rappresentare i nuovi bisogni e i nuovi diritti, di indicare il profilo e la qualità del modello di sviluppo che deve caratterizzare l&rsquo;Italia, nonché la collocazione del nostro Paese nei nuovi scenari dell&rsquo;interdipendenza globale e dell&rsquo;integrazione europea.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Negli ultimi decenni, infatti, anche la società italiana è stata investita dai mutamenti che segnano il nostro tempo: l&rsquo;interdipendenza dei mercati aperti e della competitività globale; la crisi dello stato-nazione come dimensione sufficiente a governare mercato e dinamiche sociali; il passaggio dalla rigidità sociale e produttiva della società industriale del &lsquo;900 alla complessità e alla mobilità della società flessibile, con un mutamento profondo dell'identità di classi e ceti e della distribuzione quantitativa e qualitativa del lavoro; la criticità di questioni &ndash; l&rsquo;ambiente, l&rsquo;alimentazione, l&rsquo;energia &ndash; da cui dipende sempre di più la sorte del pianeta come degli individui; la crescente difficoltà delle istituzioni pubbliche a rispondere alle domande e ai bisogni di una società complessa. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Ed è chiaro che in una società molto più mobile, flessibile e dinamica, anche le forme di organizzazione politica &ndash; i partiti, i sindacati, le forme associative in cui per lungo periodo la società italiana si è riconosciuta - sono messe a dura prova. Un problema, tuttavia, non risolto. Il sistema politico italiano, infatti, troppo spesso appare immerso in una lunga transizione che - iniziata col grande terremoto del '92 - non ha trovato ancora un assetto definitivo, in primo luogo proprio sotto il profilo delle relazioni tra la società, le sue articolazioni e le sue dinamiche, e le forme della rappresentanza politica.</font><br /><font color="#000000" class="testo">Un nuovo partito, dunque, non serve per risolvere un problema contingente di leadership, né può essere l&rsquo;espediente temporaneo per tamponare un eccesso di conflittualità politica tra partiti alleati.</font><br /><font color="#000000" class="testo">Un nuovo partito è necessario per dare risposte strategiche alle domande di rappresentanza e di governo che emergono dalla società.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">La funzione primaria di un partito politico è guidare una nazione, pensarla e collocarla negli orizzonti più larghi del mondo, concorrere alla costruzione di identità collettive e radicarle in un sistema di valori condivisi, promuovere coesione sociale e senso di appartenenza, coniugare partecipazione e decisione, selezionare una classe dirigente e plasmarla intorno a valori forti. </font><br /><font color="#000000" class="testo">Per chi crede nella democrazia, questa funzione non è affatto scomparsa nel tempo liquido della modernità, ma acquisisce un&rsquo;attualità, un&rsquo;urgenza ancora più stringenti. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Insomma il nostro problema, la questione di fondo che dobbiamo affrontare, è come si declina la funzione nazionale e dirigente in una società che tende ad essere sempre più organizzata intorno alle persone e non solo alle identità sociali collettive; una società nella quale il primato dell&rsquo;interesse generale è insidiato dall&rsquo;emergere di vecchi e nuovi corporativismi; una società nella quale, le maggiori opportunità di libertà, autonomia, realizzazione non mettono al riparo da nuovi rischi di precarietà, emarginazione, incomunicabilità. E il ruolo della politica, dei partiti, si ritrova essenzialmente nell&rsquo;esigenza, solo apparentemente banale, di ampliare il più possibile quelle opportunità e ridurre il più possibile quei rischi.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Se riportiamo questi temi di riflessione sul terreno della società italiana di oggi, ci rendiamo conto che non si tratta di astrazioni. </font><br /><font color="#000000" class="testo">L&rsquo;Italia è avviluppata in un paradosso: da un lato la staticità demografica, lo storico squilibrio tra nord e sud, il minore investimento in sapere, la scarsa mobilità sociale, il deficit di produttività e innovazione, la resistenza tenace dei grumi corporativi all&rsquo;affermazione di una vera meritocrazia, ci parlano di un Paese ingessato e lento, che spesso non riesce a sintonizzarsi con i cambiamenti indotti dalla globalizzazione, dall&rsquo;integrazione europea e dalla società della comunicazione. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Per altro lato l&rsquo;Italia gode di potenzialità enormi: la forza di un sistema produttivo fondato su uno spirito di intraprendenza diffuso e dinamico; uno straordinario &ldquo;capitale umano&rdquo; di sapere e saper fare; la ricchezza ineguagliabile del nostro patrimonio storico, culturale, ambientale; la collocazione strategica tra Oriente e Occidente, che offre la opportunità di proporsi come protagonisti di un rinnovato dialogo interculturale; tutto questo ci parla di un Paese che ha tutte le potenzialità per un nuovo periodo di crescita, di modernizzazione, fino alla possibilità di tornare ad assolvere una funzione importante e positiva per la crescita dell&rsquo;Europa unita e per il suo ruolo sulla scena mondiale.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Non sarà il mercato a sciogliere questo paradosso, né saranno in grado di farlo la politica e lo Stato se rimangono così come sono. Occorre un salto di qualità, perchè i prossimi saranno anni decisivi per il futuro del nostro Paese e dell&rsquo;Europa, come del mondo intero. </font><br /><font color="#000000" class="testo">Ed è per questo che spetta alle forze riformiste la responsabilità di realizzare questo obiettivo. Ed è questa la ragione forte per cui serve che l&rsquo;Ulivo sia un partito grande, credibile e radicato.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Un nuovo soggetto politico riformista è peraltro richiesto anche da una transizione istituzionale che - avviata con il passaggio dal sistema proporzionale al sistema maggioritario e bipolare - non è stata accompagnata da una corrispondente ridefinizione degli attori politici in campo. Una delle contraddizioni principali che abbiamo vissuto nell&rsquo;ultimo decennio - resa ancora più stridente dalla pessima legge elettorale che ci è stata imposta a fine legislatura - consiste proprio nel fatto che la geografia politica male corrisponde all'assetto istituzionale. I partiti politici italiani, cresciuti alimentandosi della cultura proporzionalista, tendono a riproporre continuamente comportamenti che contrastano con l&rsquo;evoluzione del sistema politico italiano verso un assetto compiutamente bipolare. </font><br /><font color="#000000" class="testo">Ovunque in Europa i sistemi politici sono caratterizzati da tre regole: in primo luogo tendono ad articolarsi attorno a due opzioni, una progressista e una conservatrice. Ed è così anche in Italia. In secondo luogo quasi ovunque queste due opzioni non si riconoscono in due partiti, ma in due coalizioni pluripartitiche. Ed è così anche in Italia. E, infine, ovunque &ndash; caratteristica assai più labile in Italia - la solidità delle due coalizioni è dovuta al fatto che ciascuna è guidata e diretta da una forza principale di vasto radicamento sociale, di largo consenso elettorale, di forte cultura di governo. E&rsquo; esattamente per colmare questa lacuna nel sistema politico italiano che serve il partito dell&rsquo;Ulivo. Tanto più oggi, dopo il voto del 10-11 aprile, vinto da una coalizione di centrosinistra composta da 13 partiti, obiettivamente esposta a rischi di fragilità e distinzioni.</font><br /><font color="#000000" class="testo">Esistono dunque precise ragioni sociali e politico-istituzionali che portano ad affermare che serve un &ldquo;Partito Democratico&rdquo;. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Una volta spiegata la sua necessità, occorre definirne l'identità. Un soggetto politico si definisce a partire da tre elementi: il sistema di valori, il profilo programmatico e la collocazione internazionale. Guardando a questi tre fattori, emerge l&rsquo;originalità del Partito Democratico italiano che per nascere ha bisogno di far incontrare le diverse culture politiche che hanno segnato la storia politica dell'Italia: il riformismo della sinistra, il riformismo cattolico-sociale e cattolico-democratico e il riformismo di matrice azionista, laica e liberal-democratica. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Peraltro, proprio il fatto che l&rsquo;Ulivo abbia alle spalle undici anni di vita ha già consentito di costruire via via un&rsquo;intelaiatura valoriale e progettuale, fondata sull&rsquo;incontro tra questi riformismi, la loro reciproca contaminazione culturale, la maturazione di esperienze e azioni politiche e programmatiche comuni.</font><br /><font color="#000000" class="testo">Talché non è difficile individuare i tratti del riformismo su cui fondare il Partito Democratico: la pace e la consapevolezza delle responsabilità, anche difficili, che si debbono assumere per affermarla; l&rsquo;Europa e la sua integrazione come lo spazio, il luogo, la dimensione del futuro dell&rsquo;Italia; il ruolo insostituibile del mercato e il valore dell&rsquo;impresa per realizzare quell&rsquo;accumulazione e quella crescita senza le quali non sarebbe possibile alcuna politica redistributiva; il sapere come leva fondamentale sia per innalzare la qualità dello sviluppo e la specializzazione del sistema produttivo, sia per restituire valore al lavoro e al talento individuale; le politiche redistributive e lo stato sociale come strumenti insostituibili per realizzare uguaglianza, equità e coesione sociale; la tutela della natura e della specie come condizione per una più alta qualità individuale e collettiva; la parità di genere per realizzare una società in cui uomini e donne abbiano effettivamente gli stessi diritti e le stesse opportunità; la laicità come capacità di riconoscere le scelte di vita di ciascuno e garantire uguaglianza di diritti e di opportunità, consentendo a ogni persona di vivere la propria libertà nella responsabilità.</font><br /><font color="#000000" class="testo">Su ciascuno di questi temi oggi l&rsquo;Ulivo è già espressione di un nuovo riformismo sorto dall&rsquo;incontro tra riformismi diversi e dalla sintesi delle loro esperienze e del loro pensiero.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Quanto alla collocazione internazionale di un futuro Partito democratico, non sfugge a nessuno che la sfida sta nell&rsquo;individuare un punto di coesione e di compatibilità tra la geografia politica italiana e la geografia politica europea.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Stabilito che in Italia il Partito Democratico è l'incontro tra culture e riformismi diversi, è altrettanto vero che nel panorama europeo la stragrande maggioranza delle forze politiche che si richiamano al campo progressista, democratico e riformista sono socialiste e socialdemocratiche. Tant&rsquo;è che Anthony Giddens &ndash; uno dei teorici della terza via di Tony Blair &ndash; non esita a scrivere: &ldquo;Trovo interessante il progetto di aggregazione che porterebbe alla creazione in Italia di un Partito Democratico, anche se spererei che fosse più socialdemocratico nel suo orientamento dei Democratici americani&rdquo;. E aggiunge: &ldquo;Potrebbe cominciare andando a vedere nel concreto l&rsquo;esperienza dei Paesi Scandinavi... gli italiani non possono diventare degli scandinavi, ma possono imparare molto (come altri paesi in Europa) dalle politiche di cui quei paesi sono stati pionieri. I Paesi Scandinavi hanno i livelli più alti di giustizia sociale non soltanto in Europa, ma in tutto il mondo. Ma hanno anche alti tassi di crescita, una crescita che marcia di pari passo con un livello di occupazione alto e stabile. Hanno dimostrato che crescita economica e giustizia sociale non sono solo compatibili, ma interdipendenti&rdquo;.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Peraltro, una riflessione sulla collocazione internazionale del Partito Democratico non può prescindere dai mutamenti intervenuti nello scenario politico europeo. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Troppo poco, ad esempio, si è riflettuto in Italia sul fatto che la crisi della DC italiana, all&rsquo;inizio degli anni &rsquo;90, determinò il venir meno di quell&rsquo;asse preferenziale tra le due principali Democrazie Cristiane del continente - la Dc italiana e la Dc tedesca &ndash; su cui si reggeva il PPE. Venuta meno una delle due, Helmut Kohl per evitare il rischio di una pericolosa solitudine guidò la trasformazione del Ppe da partito europeo dei partiti democratici cristiani a partito dei partiti moderati e conservatori, aprendo le porte del PPE ad Aznar, ai conservatori inglesi, a Berlusconi e ad altri. </font><br /><font color="#000000" class="testo">Un processo che, a sua volta, ha portato alla nascita di nuove aggregazioni, quali ad esempio il Partito Democratico Europeo (PDE) promosso dalla Margherita per aggregare forze di ispirazione liberaldemocratica e cristiano progressista non disponibili ad accettare la deriva conservatrice del PPE.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Si tratta di verificare se sia immaginabile un processo politico analogo che veda il PSE &ndash; in cui oggi siedono partiti socialisti e socialdemocratici di ogni paese europeo e tra essi DS e SDI - aprirsi a un incontro con altre esperienze riformiste e progressiste, quali quelle di ispirazione cristiana, liberal-democratica e ambientalista. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">D&rsquo;altra parte non va dimenticato che l&rsquo;Internazionale Socialista già oggi annovera tra i suoi 185 membri non solo partiti socialdemocratici, ma forze progressiste, democratiche, riformiste di diverse identità, quali l&rsquo;ANC sudafricana di Nelson Mandela, il PT brasiliano di Lula, il Partito del Popolo pakistano di Benazir Bhutto. E da alcuni anni opera una forma di &ldquo;dialogo strutturato&rdquo; tra Internazionale Socialista e Partito Democratico americano, suscettibile di sviluppi importanti.</font><br /><font color="#000000" class="testo">So bene che la collocazione internazionale ed europea del nuovo Ulivo è forse uno dei passaggi più delicati. E anche per questo si tratta di costruire con pazienza e innovazione una soluzione coerente sia con il profilo riformista del nuovo soggetto, sia col suo pluralismo costitutivo.</font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">Queste osservazioni rendono evidente come non si possa circoscrivere un progetto politico così ambizioso agli angusti confini di una sola &ldquo;fusione fredda&rdquo; tra DS e Margherita. Questi due partiti sono stati, insieme a Romano Prodi i promotori dell&rsquo;Ulivo. E continueranno ad esserne i protagonisti. Ma se l&rsquo;intesa tra DS e Margherita è condizione necessaria, può da sola non essere sufficiente per far vivere pienamente l&rsquo;esperienza dell&rsquo;Ulivo e la sua evoluzione in un nuovo Partito Democratico. </font><br /><font color="#000000" class="testo">In questi dieci anni, altre forze politiche - tra cui i socialisti dello SDI e i Repubblicani del MRE - altre soggettività culturali e sociali hanno partecipato in varie forme e in varia misura al progetto dell&rsquo;Ulivo, così come un ricco tessuto associativo e molteplici esperienze civiche maturate a livello locale: tutte forze che oggi possono collocarsi con naturalezza nella prospettiva di un grande partito democratico e riformista.</font><br /><font color="#000000" class="testo">Anzi, la attrattività dell&rsquo;Ulivo dipende proprio dalla sua capacità di aprirsi all&rsquo;adesione e alla partecipazione di una pluralità di soggetti costituenti: partiti, sindaci e amministratori, società civile. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">E&rsquo; dunque decisivo che fin dall&rsquo;inizio si avvii un percorso che raccolga e valorizzi queste diverse energie, non proponendo loro un progetto a scatola chiusa, ma manifestando concretamente la volontà di costruire &ldquo;insieme&rdquo; un progetto aperto, innovativo, partecipativo. Penso ad un processo costituente che parta con un Comitato promotore nazionale e Comitati promotori locali di cui siano attori non soltanto esponenti dei Ds e della Margherita, ma personalità della cultura, delle professioni, del lavoro, nonché rappresentanti di quel ricco tessuto civico e sociale che in questi anni si è riconosciuto nell&rsquo;Ulivo, in Romano Prodi, nelle Primarie. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">La stessa tensione partecipativa dovrà ispirare la individuazione delle forme di organizzazione del nuovo partito, andando oltre le forme rigide e centralizzate che hanno caratterizzato le strutture dei partiti del novecento. Dovrà essere un partito di larga adesione, di forte radicamento sociale, di vasto consenso elettorale. Dovrà essere un partito democratico, nel quale ogni aderente abbia diritti certi e dove sia i dirigenti, sia i candidati elettivi a incarichi pubblici e istituzionali siano scelti con forme democratiche. Dovrà essere un partito federale che tenga conto della nuova configurazione istituzionale regionalista. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">E tutto questo dovremo farlo vivere con una forma organizzativa in cui si riconoscano tutti i diversi soggetti costituenti, talché mi pare si debba riflettere se, in una prima fase, possa essere utile una &ldquo;forma federativa&rdquo; che consenta a ciascuno dei soggetti costituenti di essere partecipe, con pari dignità, del nuovo partito. Purché, anche con una forma federativa, da subito il nuovo soggetto politico abbia un gruppo dirigente, una piattaforma comune, un&rsquo;azione politica e una visibilità unitaria. </font><br /><br /><font color="#000000" class="testo">E naturalmente, i passaggi politici e organizzativi vanno sostenuti con un intenso lavoro di ricerca politico-culturale, con strumenti &ndash; quali una rivista, una scuola di formazione, think-tanks programmatici - che accompagnino ed arricchiscano il processo politico favorendo, così contaminazioni culturali reciproche e la costruzione di quella koiné, quel linguaggio comune indispensabile perché un nuovo partito viva di vita propria, parli alla società e sappia attrarre tante energie nuove.</font>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Thu, 13 Jul 2006 15:04:33 -0500</pubDate>
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<![CDATA[Partito democratico, i primi passi avanti]]> 
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;">Il 4 luglio si è tenuto a Roma il forum nazionale dell´Associazione per il Partito democratico. In preparazione di questo evento il giorno precedente, l´Associazione ligure ha promosso a Genova un incontro aperto ad associati e non, licenziando un documento politico programmatico. Attraverso queste iniziative le Associazioni per il Partito Democratico intendono "segnare il tempo" del progetto costitutivo di questa nuova entità politica, riempirla di nuovi contenuti e chiamare a un primo confronto i partiti.<br />Val la pena di fare il punto sulle ragioni che spingono alla costituzione del Partito Democratico e su quelle che inducono alla formazione di associazioni che si propongono lo stesso fine che alcuni partiti, segnatamente Ds e Margherita, hanno dichiarato esplicitamente di voler perseguire. Le ragioni per la costituzione del Partito Democratico sono molteplici ma prima di tutto una. Superati i contrasti delle grandi ideologie del XX secolo, i riformisti progressisti appartenenti alle diverse matrici (quella laica, comunista, socialista, liberaldemocratica e cattolica) devono e possono trovare un terreno d´intesa nei valori comuni e nella comune idea di società, cui fa da sfondo la nostra Costituzione recentemente "salvata". C´è poi nel nostro Paese la necessità di superare la balcanizzazione dei partiti che impedisce, questa si e non l´assetto costituzionale, di assicurare un Governo stabile e duraturo che emerga da un confronto democratico basato sul maggioritario. Quest´ultimo assunto propone due corollari. Il primo chiama in causa la necessità di cancellare al più presto l´indegna legge elettorale predisposta per le ultime elezioni politiche. Il secondo chiede che al centro del sistema elettorale futuro sia collocato il rapporto con il territorio e quindi il legame tra elettori ed eletti, appunto sul territorio. Ma c´è una ragione più prossima che spinge nella direzione del Partito Democratico ed è costituita dall´esigenza di dare un approdo definitivo al movimento che si riconosce nel simbolo dell´Ulivo. Questo movimento è nato dodici anni fa ed è stato utilizzato per ben dodici diverse tornate elettorali (politiche, europee, amministrative), l´ultima delle quali ha visto una significativa differenza di voti (circa il 3%) a suo favore alla Camera rispetto alla sommatoria dei voti dei partiti che, al Senato, si sono presentati divisi pur riconoscendosi nell´Ulivo. Ogni qual volta questo simbolo è stato utilizzato in sede elettorale è stato affermato dagli stessi partiti che a valle dei risultati si sarebbe posto mano al processo di costituzione di un nuovo soggetto politico. Impegno regolarmente disatteso ma non più eludibile, a mio giudizio, proprio dopo le ultime elezioni che hanno da un lato mostrato il valore aggiunto dell´Ulivo, dall´altro la fragilità dei partiti cui corrisponde una tendenza pericolosissima di arroccamento oligarchico che li porterebbe ad una crisi irreversibile. Da ultimo le Primarie del 16 ottobre 2005, un evento storico che ha visto in movimento il popolo dell´Ulivo, un esercito di oltre 4 milioni di persone, molto molto più ampio di quello degli iscritti ai partiti e che ha mostrato un grandissimo desiderio di partecipazione. Potrebbe, dovrebbe bastare a convincere i partiti, Ds e Margherita, a fare finalmente quel che hanno promesso e a farlo bene. Sembra non bastare. Da qui l´impegno dell´Associazione per il Partito democratico a sostenere e spingere i partiti in questa direzione affinché il progetto si realizzi in tempi ragionevoli e secondo regole aperte al coinvolgimento dei cittadini. Il riferimento dell´Associazione è il popolo dell´Ulivo e delle Primarie. E´ a partire da lì e non dalle oligarchie di partito che bisogna procedere, ed è li che il partito dovrà approdare. Quando vi approderà dandosi regole di coinvolgimento dei cittadini più democratiche, come le Primarie, e regole di selezione, rinnovamento e ricambio delle classi dirigenti più serie e moderne, l´Associazione sarà posta in dissolvenza. La querelle sui tempi mi sembra priva di ogni significato. Si dice che occorre tempo " per non perdere pezzi ". Ma " pezzi " di che? Di apparato di partito? Di iscritti? O di popolo dell´Ulivo ? E se la perdita dei pezzi è riconducibile, nell´ambito Ds, alla perdita di un´identità di sinistra evocata dal correntone e, nell´ambito della Margherita, alla preoccupazione per l´egemonia del partito più organizzato (i Ds appunto) e al timore che prevalgano i principi laici su quelli cattolici, mi si deve spiegare perché il solo decorrere del tempo dovrebbe risolvere questi problemi. Non è meglio affrontarli subito per quelli che sono, resistenze al cambiamento riconducibili alle vecchie identità e alle vecchie ideologie che il popolo dell´Ulivo ha largamente superato ma non tutti gli apparati di partito? Se sono qualcosa o molto di più, ancora più necessario parlarne subito e decidere senza continuare a ingannare gli elettori e il popolo dell´Ulivo. Se non si arriva a una conclusione positiva meglio, più onesto, più serio, dichiarare chiusa l´esperienza dell´Ulivo e ciascun partito si prenda le sue responsabilità e le sue identità. Giovanni Bachelet nel forum di Roma ha dichiarato che l´Ulivo è stato utilizzato fino ad oggi come la palla che la perfida Lucy, all´ultimo momento (dopo le elezioni naturalmente) prima del tiro finale, sottrae al povero Charlie Brown. Sarebbe bene adesso smettere questo gioco a sommatoria zero. Se non si farà il Partito Democratico, in tempi ragionevoli, siano Prodi e Parisi a togliere la palla dal campo.<br />Nella sintesi delle sintesi l´Associazione per il Partito Democratico vuole solo promuovere questo chiarimento.Certo non intende formare una nuova piccola entità politica o, ancor peggio, osteggiare i partiti. Intende dare una mano a difenderli da loro stessi e poi autocancellarsi sperando di lasciare in dono un assetto rinnovato di regole e di classe dirigente. <!-- START RedMeasure V4 - Java v1.1  $Revision: 1.9 $ --><!-- COPYRIGHT 2000 Red Sheriff Limited -->
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Sun, 09 Jul 2006 19:49:29 -0500</pubDate>
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<![CDATA[ Perchè il Partito Democratico: spunti per un Manifesto]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=29</link>
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<![CDATA[<table cellspacing="0" cellpadding="0" width="98%" border="0">
    <tbody>
        <tr>
            <td class="txt_news" style="TEXT-ALIGN: justify" valign="top">Un &ldquo;partito nuovo&rdquo; non nasce e non sopravvive (di nuovi partiti ne nascono e muoiono a bizzeffe) se non risponde ad una esigenza storica, a una domanda del tempo, che i suoi promotori sono capaci di avvertire anche quando essa non è esplicita. Nasce e sopravvive se vi risponde. Se i suoi promotori riescono a identificare aspirazioni già profondamente sentite di un gran numero di cittadini e a strappare dall&rsquo;incertezza o dall&rsquo;incoscienza altre esigenze ancora latenti; se riescono a rendere credibile un&rsquo;analisi coerente e realistica dei problemi che il Paese affronta; se riescono, soprattutto, a rendere desiderabili soluzioni efficaci a questi problemi. A differenza dell&rsquo;Angelus novus di Benjamin, un partito nuovo guarda in avanti, non è sospinto dalla bufera mentre tiene il viso rivolto all&rsquo;indietro. <br /><br />Un Manifesto di fondazione, una Carta dei valori e dei principi, un Programma fondamentale &ndash; il nome verrà scelto quando sarà il momento: ora uso il primo- dovrebbe fornire una sintesi efficace di quelle aspirazioni, di quelle analisi, di quelle soluzioni. E&rsquo; un biglietto da visita, una carta d&rsquo;identità, un invito alla mobilitazione, e dev&rsquo;essere tanto breve quanto lo consentono la chiarezza e l&rsquo;efficacia retorica. Soprattutto dovrebbe far comprendere perché c&rsquo;è bisogno del Partito Democratico e gli obiettivi che esso intende perseguire. <br />Non è mio compito o mia intenzione fornire un modello di questo Manifesto. Quello che mi propongo è solo di suggerire a chi dovrà redigerlo qualche tema su cui riflettere, partendo dalla della crisi in cui si trova il nostro Paese per arrivare al contributo che il Partito democratico potrebbe dare per risolverla. In mezzo, altri spunti: sullo stato del sistema politico italiano, sulla sinistra e il centro-sinistra in Europa e in Italia, sul nome che si sta consolidando e fortemente raccomando, &ldquo;Partito Democratico&rdquo;, sui valori e sui principi che questo partito dovrebbe sostenere. Si tratta di osservazioni preliminari, semplici avvertenze per coloro che, assumendosene responsabilità politica, dovranno effettivamente stendere una o più bozze di Manifesto. <br /><br /><strong>L&rsquo;Italia a rischio declino. Primo imperativo: tornare a crescere</strong> <br /><br />Non siamo più in campagna elettorale e la preoccupazione di essere tacciati di Cassandre non dovrebbe indurre gli estensori del Manifesto a cautele diplomatiche: il rischio declino è testimoniato da una massa di indicatori uniformi nel loro messaggio e l&rsquo;analisi delle sue cause si sta consolidando. In un Manifesto di indicatori se ne devono usare pochi e ben scelti, che mostrino come il problema non riguarda solo l&rsquo;economia, dov&rsquo;è evidente, ma l&rsquo;intera società: l&rsquo;invecchiamento della popolazione, la scarsa istruzione, la debolezza della ricerca, l&rsquo;inefficienza di molti servizi collettivi, la tolleranza per l&rsquo;illegalità, la tendenza a rifugiarsi in difese corporative o in settori di rendita, a difendere con le unghie e coi denti grandi e piccoli privilegi, a evitare quant&rsquo;è possibile l&rsquo;apertura alla concorrenza. E delle cause va sottolineata soprattutto la profondità storica, rivolgendosi il Manifesto ad un popolo che tende a far risalire le difficoltà che oggi avverte a tempi molto recenti, se non addirittura a Berlusconi. No, le nostre difficoltà erano già scritte nel fallimento del centrosinistra, nella seconda metà degli anni &rsquo;60, e nelle numerose occasioni di riscatto perse dopo di allora. Berlusconi ha avuto il torto di sottovalutarne la gravità, di muovere da un&rsquo;analisi in larga misura erronea, di non avere attuato il programma di liberalizzazione e concorrenza tous azimuth che pure in parte aveva promesso: dunque di aver contribuito a incancrenire una situazione che, prima veniva affrontata, meglio era. <br />Il nostro è un grande Paese, straordinariamente ricco di risorse. Esso deve tornare a crescere, economicamente e culturalmente: è questo il primo compito che si deve porre il Partito Democratico. Un partito di sinistra non ha il mito della crescita nel suo Dna, quantomeno non della crescita economica di per se stessa. Ma un partito di sinistra riformista si rende conto che, senza crescita, diventa molto più difficile far prevalere i valori, la cultura, gli obiettivi sociali che gli sono più propri. In un&rsquo;economia di mercato ed in una società in cui i piani di vita sono perseguiti in modo indipendente da milioni di individui, il ristagno comprime le possibilità di mobilità sociale, aumenta e consolida la frazione degli esclusi, diffonde atteggiamenti di preoccupazione e di paura, induce a difendere all&rsquo;estremo anche i minimi privilegi, corrode i legami di solidarietà. Tornare a crescere, per una società ed una economia che hanno accumulato tante storture, può comportare sforzo, difficoltà e sacrifici. Essi non vanno negati o nascosti. Contrastare anche quelli che sono strettamente necessari per riattivare lo sviluppo è un atteggiamento perdente, non egemonico, improprio per una sinistra di governo: questa deve cercare di ridurre quanto è possibile le difficoltà per le persone con minori risorse, ma non può rinunciare a perseguire le politiche che servono a riavviare la crescita nel contesto nazionale e internazionale in cui effettivamenteci troviamo. Non in altri contesti che ci piacerebbero di più, ma che hanno il piccolo svantaggio di non esistere. <br /><br /><strong>Il sistema partitico italiano: parte del problema, non della soluzione</strong> <br /><br />E&rsquo; inevitabile pensare alla politica quando una collettività affronta gravi problemi economici e sociali: da che altra parte può venire la soluzione se non da un indirizzo efficace degli sforzi collettivi? Ma la politica e le istituzioni pubbliche sono un pezzo della società e raramente sono &ldquo;migliori&rdquo; di questa: quando una società è in crisi, di solito la politica non è un punto solido sul quale applicare la leva del cambiamento, ma più spesso è un elemento che contribuisce ad aggravare la crisi stessa. Qualche piccolo margine per una buona politica esiste, tuttavia, ed è questa la ragione per cui ci impegniamo nella costruzione del Partito democratico. Ma dobbiamo essere consapevoli che veniamo da una lunga storia, durante la quale la politica è stata quasi sempre un pezzo del problema, non della soluzione. <br />Così è stato per buona parte della Prima Repubblica, specie a partire dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso. La peculiarità storica, in un contesto europeo occidentale, di un partito comunista di gran lunga prevalente sul socialista, è stata a suo modo controllata negli effetti più dannosi mediante un&rsquo;altra peculiarità storica, di origine ancor più lontana: la grande forza di un partito appoggiato dalla Chiesa cattolica. Il programma non può dilungarsi in un&rsquo;analisi approfondita della Prima Repubblica, ma almeno due punti deve affermarli con chiarezza. Il primo è che i due grandi partiti &ldquo;peculiari&rdquo; della Prima repubblica, la Democrazia cristiana e il Pci, erano legati da un vincolo di necessità, di mutua dipendenza, durante i lunghi anni della guerra fredda: solo la Dc era in grado di impedire democraticamente l&rsquo;accesso del Pci al governo, e dunque gestire in modo civile una impossibilità di alternanza. Il secondo punto è che, finita la fase del centrismo, questo peculiare sistema partitico produce esiti di governo assai scadenti: controlla a mala pena e con grandi costi le tensioni sociali degli anni &rsquo;70 ed entra in una fase di consociativismo e collusione alla fine di quel decennio e per tutto il successivo, anche questa con effetti perversi sulla finanza pubblica e ostacolando la costruzione di istituzioni capaci di sostenere lo sviluppo nel lungo periodo. Questi punti vanno affermati con forza perché, anche a seguito delle deludenti prove di Seconda Repubblica che sinora abbiamo avuto, un filo di rimpianto e nostalgia lega non pochi leader del centrosinistra, ancora in servizio permanente effettivo, ai due grandi partiti della Prima. Questo filo va spezzato e bisogna guardare in avanti: alla Prima Repubblica non solo è impossibile tornare, ma è sbagliato sperare di tornarvi, perché essa è all&rsquo;origine di gran parte dei nostri problemi attuali. <br />Naturalmente l&rsquo;origine immediata di questi problemi sta nel cattivo funzionamento della Seconda, sta nel bipolarismo esasperato e rissoso in cui siamo caduti dopo la grande crisi politica dei primi anni &rsquo;90: una crisi unica in Europa, che vede la distruzione dei due partiti che in molti paesi del nostro continente costituiscono i pilastri di governo e opposizione. Le cose potevano andare diversamente: la Democrazia Cristiana poteva trasformarsi in un grande partito conservatore e moderato, e dalla fusione di socialisti e comunisti (con egemonia culturale dei primi) poteva nascere un grande partito riformista. Ma la storia non segue vie semplici e le peculiarità della Prima Repubblica &ndash;la Dc non era tutta un &ldquo;normale&rdquo; partito conservatore, i rapporti tesissimi tra comunisti e socialisti impedirono la fusione dei due tronconi del Movimento operaio che si erano separati settant&rsquo;anni prima, e poi ci si mise di mezzo anche Mani pulite- produssero il risultato che tutti conosciamo: la Lega, la discesa in campo di un imprenditore politico abile e spregiudicato, la diffusione di intense pulsioni populistiche e antipolitiche nel corpo elettorale. <br />Non tutto il male viene per nuocere e un risultato importante è stato raggiunto: per la prima volta nel nostro Paese gli italiani tutti si sono divisi tra una coalizione di governo e una di opposizione, queste si sono di fatto alternate nei due ruoli &ndash;in modo rissoso ed esagitato, è vero, ma ben al di sotto della soglia di una guerra civile, anche a bassa intensità- e dunque le premesse elementari di una democrazia piena sono state faticosamente conquistate. Di conseguenza non vediamo altra via per andare avanti se non quella di eliminare dal nostro sistema partitico quei caratteri (&ldquo;esagitati e rissosi&rdquo;) che rendono il nostro bipolarismo e le nostre alternanze così diverse da quelle di paesi con una democrazia più matura di quella italiana. Insomma, il compito che abbiamo di fronte è quello di costruire un sistema partitico in cui la destra non si definisca principalmente per essere &ldquo;berlusconiana&rdquo; e la sinistra per essere &ldquo;anti-berlusconiana&rdquo;, in cui si affievoliscano le lealtà politiche tribali che oggi prevalgono, in cui si formi un numero sufficiente di elettori attenti ai programmi e alle qualità di governo offerte dai due schieramenti, che non avvertano come tradimento passare dall&rsquo;uno all&rsquo;altro. <br />Il compito che abbiamo indicato riguarda sia la destra, sia la sinistra, e per entrambe esso comporta la costruzione di due grandi partiti moderati, che siano i perni intorno ai quali si formeranno le due coalizioni di una alternanza civile. Sia a destra che a sinistra la natura e l&rsquo;urgenza di questo compito sono perfettamente avvertite, proprio come sono avvertite le difficoltà di assolverlo. Per la destra il problema è il passaggio weberiano dal carisma all&rsquo;istituzione, il superamento dell&rsquo;eredità berlusconiana. Per la sinistra il problema è la costruzione del Partito Democratico, il superamento di una situazione in cui lo spazio di un grande partito riformista è oggi occupato da due partiti di grandezza media e medio-piccola, o da altri di stazza ancor minore. Partiti che hanno tutti le loro buone ragioni storiche, dovute al trascinamento di lealtà, ideologie e consuetudini che si erano formate, e avevano senso, nella Prima Repubblica. Nella Seconda esse hanno un senso assai minore e al più giustificano la formazione di orientamenti blandamente organizzati all&rsquo;interno di un unico partito, come del resto avviene in tutti i grandi partiti riformisti (e conservatori) europei. Lasciamo ovviamente alla Destra il compito della costruzione del partito post-berlusconiano, ribadendo che esso è almeno altrettanto difficile, urgente e necessario di quello che deve affrontare la Sinistra. Ora è il momento di passare alle ragioni del Partito democratico. <br /><br /><strong>La sinistra riformista europea e mondiale</strong> <br /><br />Prendiamo le cose un po&rsquo; alla lontana, dando un&rsquo;occhiata al campo internazionale, e soprattutto europeo, in cui il Partito democratico dovrà inserirsi. Rispetto all&rsquo;&ldquo;età dell&rsquo;oro&rdquo; &ndash;durata circa trent&rsquo;anni anni, iniziando subito dopo la fine della seconda guerra mondiale- gli anni &rsquo;80 segnano un passaggio importante, storico e ideologico. Nell&rsquo;età dell&rsquo;oro la sinistra europea è quasi ovunque riformista e socialdemocratica, schierata con le democrazie occidentali nel grande scontro col comunismo. Quasi ovunque, tacitamente o con aperte revisioni programmatiche, il socialismo si sbarazza dei più ingombranti residui del programma massimo &ndash;il &ldquo;superamento del capitalismo&rdquo;- che le socialdemocrazie tra le due guerre ancora condividevano e si pone obiettivi pienamente compatibili con un&rsquo;economia di mercato e un sistema sociale capitalistico. Di fatto, saranno due grandi liberali, Keynes e Beveridge, a fornire alle socialdemocrazie europee gli obiettivi e gli strumenti che garantiranno loro uno straordinario successo, sia come forze di governo che d&rsquo;opposizione. E saranno le istituzioni internazionali disegnate dalle potenze vincitrici e il regime di politica economica sostenuto dagli Stati Uniti sino alla fine degli anni &rsquo;70 a creare le condizioni di contesto in cui gli obiettivi di piena occupazione e di welfare state potranno essere raggiunti senza soverchie tensioni. <br />Tutto questo cambia al volgere degli anni &rsquo;70 negli &rsquo;80 e ancor più dopo l&rsquo;89, dopo la fine della minaccia comunista. Sarebbe istruttivo spiegare perché il regime internazionale di Bretton Woods è crollato, perché la formidabile iniziativa politica e culturale delle destre, di Thatcher e Reagan, ha avuto successo e perché le sinistre riformiste non sono state in grado di contrastarla. Il Manifesto dovrà probabilmente limitarsi a riconoscere che il mondo è cambiato dopo di allora. Che gli obiettivi che una sinistra riformista può porsi in un paese avanzato ma di piccola stazza com&rsquo;è il nostro -rimanendo per ora lontana la prospettiva di un&rsquo;Unione Europea come un reale soggetto politico unitario, almeno in materie come politica estera e difesa- sono diversi da quelli dell&rsquo;età dell&rsquo;oro. Che strumenti come quelli di deregolazione, privatizzazione, liberalizzazione, concorrenza, competitività, flessibilità, adattamento strutturale sono ormai parte della scatola degli attrezzi della sinistra, se questa vuole essere forza di governo. Guardiamoci intorno: quasi ovunque le sinistre riformiste hanno cambiato strategia. Qualcuno dirà: si sono adattate alla situazione e hanno ridimensionato i loro obiettivi. E&rsquo; senz&rsquo;altro così, ma non è solo così. Affrontare un nemico ideologicamente agguerrito, non più succube di quella koiné statalista, assistenzialista e keynesiana che nell&rsquo;età dell&rsquo;oro condividevano tutti, sia conservatori che riformisti, ha indotto le sinistre riformiste ad abbandonare residui ideologici che si trascinavano appresso per pigrizia, a confrontarsi seriamente col pensiero liberale, a riscoprire in esso ragioni che la sinistra poteva far proprie. <br />La grande novità di questi ultimi dieci anni è proprio la sinistra liberale e l&rsquo;abbandono, non più opportunistico, ma consapevole e di principio, degli ultimi residui classisti della tradizione del movimento operaio anche da parte di partiti che ancora si chiamano socialisti, laburisti o socialdemocratici. Blair, Schroeder, Zapatero non sono socialdemocratici in alcun significato storicamente e ideologicamente preciso del termine: sono dei liberali di sinistra. E i riferimenti culturali e ideologici loro e dei loro partiti sono Sen, Rawls, Dworkin, Bobbio, Walzer -per menzionare solo i più noti in Italia-, teorici tra loro assai diversi ma tutti iscrivibili nella grande tradizione liberale. L&rsquo;eccezione più importante è costituita dal Partito socialista d&rsquo;oltralpe, per il quale la parola liberal quasi equivale a un insulto: ma questo ha a che fare più con l&rsquo;eccezionalismo culturale dei francesi che con vere differenze di strategia politica. Insistiamo su questa novità, sulla critica e l&rsquo;abbandono dei residui classisti e marxisti nella sinistra d&rsquo;origine socialdemocratica, perché questo ritorno alle origini prepara un terreno d&rsquo;incontro favorevole con altri filoni della sinistra riformista, minoritari di solito, ma in alcuni paesi assai importanti. Alcuni di essi &ndash;repubblicani, liberali, ambientalisti- il terreno liberale non l&rsquo;avevano mai abbandonato. Altri &ndash;ci riferiamo ai riformismi con forti connotazioni religiose, e soprattutto a quelli ispirati alle dottrine sociali della Chiesa cattolica- perché con il liberalismo si erano da tempo parzialmente riconciliati. Insomma, dal punto di vista delle radici culturali profonde nulla osta ad una fusione politica di correnti riformistiche che in passato si erano divise, o addirittura combattute. <br /><br /><strong>Il peso del passato: tre trappole da evitare&hellip;</strong> <br /><br />La prima trappola l&rsquo;abbiamo appena menzionata, parlando di fusione dei diversi riformismi. Guai se ai lettori del Manifesto resterà in mente che la principale giustificazione del Partito Democratico è la &ldquo;fusione&rdquo; (o, ancor peggio, la &ldquo;contaminazione&rdquo;) dei diversi filoni del riformismo italiano. La possibilità di fusione, la presenza di un ampio terreno liberale comune, la condivisione di pezzi significativi di diverse tradizioni, sono cose assai importanti, specie per le élites politiche e i militanti dei partiti, che in queste diverse tradizioni sono stati allevati. (Lo è assai meno per la gran massa dei cittadini, anche per i segmenti più colti e appassionati di politica). Ma basta un momento di riflessione per rendersi conto che si tratta di una condizione non ostativa, di una condizione permissiva: non si tratta della ragione profonda, della ragione storica, che ci induce a metterci insieme per costruire il Partito democratico. Essa ci dice che dal passato non vengono impedimenti insuperabili, vuoi perché alcune delle tradizioni e lealtà che nel passato erano vitali hanno esaurito la loro funzione storica; vuoi perché, se ciò non è vero, esse possono continuare a svolgerla nel nuovo partito. Ma non ci dice niente del futuro. Limitarsi alla fusione/contaminazione è come identificarsi coll&rsquo;Angelus Novus: travolti in avanti, colla faccia rivolta all&rsquo;indietro. Negli anni scorsi, in molti appelli per l&rsquo;Ulivo e il Partito Democratico, abbiamo insistito molto, forse troppo, sul problema della compatibilità dei riformismi del passato. Ma ci rivolgevamo al ceto politico. Con il Programma ci rivolgiamo al Paese, e al Paese bisogna parlare di futuro. <br />Il passato pesa, però, e si manifesta in molti modi. Uno dei modi, ed è la nostra seconda trappola, riguarda la continua incertezza sullo spazio politico del partito democratico: sinistra o centrosinistra? Se chi insiste sul termine centrosinistra vuol solo segnalare che la componente maggioritaria del nuovo partito persegue un disegno politico riformistico-liberale, non dissimile da quelli di Blair o di Schroeder (o di Zapatero, se lo si studia bene); se vuole segnalare che nel suo nucleo devono essere presenti i valori e le culture del riformismo cattolico o di altri riformismi moderati del centrosinistra; se è solo per questo, allora può benissimo rassegnarsi a parlare di sinistra. E&rsquo; questo che avviene nei paesi in cui si è solidamente istallato un sistema politico bipartitico o bipolare, dove non ha senso parlare di centro. Si tratterà ovviamente di una sinistra moderata e spesso avverrà che tra le componenti maggioritarie di sinistra e destra ci sia più consonanza che con i piccoli partiti estremi che hanno assemblato nelle loro coalizioni. Anche un bambino sa, tuttavia, che non sono questi i motivi per cui alcuni esponenti di Margherita insistono tanto sull&rsquo;espressione &ldquo;centrosinistra&rdquo;. I motivi sono altri: in parte è l&rsquo;affezione per il centrismo della vecchia casa democristiana; in parte è il legittimo orgoglio per aver tenuto ferma la barra del timone su alcuni temi cruciali di politica economica e di politica culturale, dal rifiuto del collateralismo con organizzazioni economiche e sindacali ad una posizione laica ma non laicista; in parte è il timore di un ceto politico di farsi fagocitare da un ceto politico più forte; in parte, e forse si tratta della parte maggiore, è l&rsquo;indisponibilità a confluire, in Europa, in un partito socialista ancora troppo affezionato alle proprie tradizioni, anche se di fatto ha cambiato pelle. Si tratta di motivi di resistenza, tutti, più che legittimi, e ai quali dev&rsquo;essere data una risposta più che generosa. Alle soglie della costruzione del nuovo partito, tuttavia, insistere troppo su un&rsquo;espressione che non ha senso in un sistema politico bipolare può essere fonte di confusione: non è il bipolarismo, un bipolarismo civile, uno dei principali obiettivi politici del nuovo partito? Parlando di centro, si vuole forse lasciare aperta la strada per uscire dal bipolarismo? Proprio perché uno schieramento di sinistra moderata può affrontare momenti eccezionali, in cui per il paese possono essere indispensabili governi tecnici o di grande coalizione &ndash;ciò è appena accaduto in Germania- non deve esserci dubbio alcuno che l&rsquo;orientamento di fondo di tutte le componenti del partito è uno di sinistra: moderata quanto si vuole, ma iscritta fermamente in una logica bipolare. Crediamo dunque che sarebbe opportuno che queste incertezza venissero dissipate il più rapidamente possibile. <br />Così come deve sparire al più presto ogni incertezza sul nome del partito, e qui ci rivolgiamo ai Ds, come prima ci eravamo rivolti a Margherita: è la nostra terza trappola che proviene dal passato. Che cos&rsquo;è questa continua riproposizione del nome &ldquo;Partito Riformista&rdquo;? Il nome &ldquo;riformismo&rdquo;, e il suo aggettivo, o non hanno alcun significato discriminante, o ne hanno uno del tutto improprio. Ogni partito, di destra, sinistra o centro, propone riforme, riforme diverse naturalmente: neppure i conservatori più incalliti hanno il coraggio di sostenere che intendono lasciare le cose esattamente come stanno. Dunque &ldquo;riformismo&rdquo; non vuol dir nulla. Voleva invece dire una cosa ben precisa nella lunga vicenda storica del Socialismo, dove &ldquo;riformista&rdquo; si opponeva a &ldquo;rivoluzionario&rdquo; e in quella vicenda ha avuto almeno due versioni: chi la rivoluzione non voleva farla adesso ma riconosceva di doverla fare in un (più o meno lontano) futuro o in circostanze che la rendessero inevitabile; e chi la rivoluzione non voleva farla mai. Donde contorsioni patetiche: chi non ricorda la riluttanza del Pci, fino a tempi piuttosto recenti, a definirsi come partito riformista preferendo il termine &ndash;del tutto identico- di riformatore? Ma chi vuol farci ripiombare in questa vecchia storia? Dunque, Partito Democratico. Non perché è il nome di un grande partito americano. Ma perché ha un significato profondo, chiarissimo, sempre attuale e incarna alla perfezione le ragioni per cui vogliamo costruire un nuovo grande partito. <br /><br /><br /><strong>&hellip;e un valore da esaltare: la democrazia.</strong> <br /><br />La democrazia è un compito mai finito e anche i regimi più &ldquo;democratici&rdquo; che oggi conosciamo sono ben lontani dall&rsquo;ideale: un ideale di cittadini colti e informati, in condizioni di buona sicurezza economica e dunque con il tempo necessario da dedicare alla politica, che confrontano un potere pubblico trasparente e media indipendenti e molteplici, che dibattono seriamente una pluralità di opinioni e dispongono di molti strumenti per controllare l&rsquo;esercizio dei poteri di rappresentanza, e soprattutto dei poteri di nomina che i rappresentanti hanno e di cui spesso abusano. Non è un obiettivo abbastanza di sinistra? Lo è, e sarebbe addirittura un obiettivo rivoluzionario, se si volesse raggiungere subito l&rsquo;ideale cui abbiamo accennato: meno male che c&rsquo;è un pizzico di cautela e riformismo (nel senso di &ldquo;migliorismo&rdquo;) a trattenerci! Scherziamo, ma solo per rendere più evidente l&rsquo;idea che nel nome di democrazia c&rsquo;è già dentro tutto quanto possiamo desiderare. <br />Ma se la democrazia è il nostro valore politico essenziale, bisogna essere consapevoli che esso dev&rsquo;essere praticato cominciando da casa nostra, dal nostro partito. Sia il processo attraverso il quale si costituirà il Partito Democratico, sia lo statuto del partito, devono essere coerenti con un disegno di massima partecipazione e di controllo democratico sulle decisioni di chi ci rappresenta: l&rsquo;insistenza sulle primarie laddove sono praticabili, la trasparenza massima richiesta nei processi di nomina che i nostri politici controllano, sono solo due aspetti della vera rivoluzione democratica che siamo chiamati a realizzare. Sarebbe tragico &ndash;più che un crimine, un errore- se il Partito democratico che vogliamo costruire lo costruissimo con i metodi e lo gestissimo con gli statuti antidemocratici (di fatto, se non sulla carta) dei partiti che conosciamo. <br />E la pratica che intendiamo attuare a casa nostra dev&rsquo;essere conforme con le proposte che facciamo per riorganizzare il sistema politico del nostro Paese, dalle leggi elettorali alla riforma costituzionale. Uno scandalo antidemocratico come quello che è conseguito alla legge elettorale attualmente in vigore, con candidature totalmente delegate a ristrette oligarchie -chiamarle partiti è un offesa a questo nome glorioso- non deve più ripetersi: che si debba tornare a un sistema elettorale uninominale, e con candidature scelte attraverso primarie, è la proposta minima sulla quale il nostro partito deve spendere le sue energie. Come dovrà spenderle nel proseguire un processo di riforma costituzionale dopo la schiacciante vittoria dei No nel referendum di domenica e lunedì scorsi. Nel centro-sinistra sta diffondendosi una reazione conservatrice (come se il popolo avesse detto No a qualsiasi proposta di riforma), una tendenza ostile ad una democrazia governante a livello nazionale e al suo radicamento in efficienti istituzioni regionali e locali. Credo che il Manifesto debba opporsi esplicitamente a queste tendenze e reazioni. <br /><br /><strong>Può un programma liberale di sinistra essere entusiasmante?</strong> <br /><br />Ricapitolo in breve i quattro obiettivi che ho sinora attribuito al Partito Democratico. Il primo è quello della riattivazione di un vigoroso processo di crescita. Il secondo è quello di contribuire, insieme ad un analogo sforzo del Centrodestra, a indirizzare il processo di transizione verso un sistema politico bipolare &ldquo;civile&rdquo;. Il terzo è quello di attenuare quei caratteri antichi del nostro State and Nation building che oggi ostacolano la costruzione di un moderno partito di sinistra riformista: le eredità di Porta Pia e del Comunismo, se vogliamo identificarli in modo sommario. Il quarto è quello di derivare dal grande valore della democrazia un insieme di implicazioni programmatiche forti. Se i cittadini e gli elettori fossero tutti degli economisti, degli storici, degli scienziati politici, e se tutti fossero uomini e donne di centrosinistra che hanno partecipato attivamente alle vicende politiche del nostro Paese almeno a partire dalla transizione tra la prima e le seconda Repubblica, questo potrebbe già sembrare loro un programma affascinante e ambizioso. Siccome non lo sono, siccome dobbiamo rivolgerci ai giovani e a persone con scarsa esperienza politica, un Manifesto che si limitasse a questi obiettivi dice loro assai poco. Che cosa vuol dire, in Italia ed oggi, essere dei liberali di sinistra? Quali ideali di convivenza civile si sostengono? Quali interessi si promuovono? Qual è la visione del futuro che il nuovo partito prospetta al Paese? Perché il Partito Democratico si propone come forza indispensabile per lo sviluppo del nostro paese e per un suo maggiore apprezzamento nella comunità europea e internazionale? <br />Le vere difficoltà del nostro Manifesto hanno tre origini principali. In parte esse derivano dal divario di sviluppo, interessi, mentalità e culture presente in Italia, dall&rsquo;esistenza di un &ldquo;problema del Nord&rdquo; e di un &ldquo;problema del Sud&rdquo;. In parte derivano dalle diverse sensibilità che ci trasciniamo dal passato e dunque dalle mediazioni che tra di esse si riterrà di dover compiere. In parte assai maggiore sono esattamente le stesse che incontrano tutte le forze di sinistra riformista in Europa nel costruire e &ldquo;vendere&rdquo; un prodotto appetibile a cittadini che guardano con scarso interesse, in modo saltuario, e quasi sempre con sospetto, alla politica e ai politici. Che volentieri ascoltano un discorso di diritti, ma molto malvolentieri uno di doveri. Che sentono predicare flessibilità &ldquo;in basso&rdquo;, e vedono rendite, inefficienza, profitti pingui, compensi scandalosi e scarsissima flessibilità &ldquo;in alto&rdquo;. <br />Brevemente sulla prima fonte di difficoltà. Il &ldquo;divario&rdquo; cui facevamo riferimento più sopra si è tradizionalmente presentato, nei vecchi programmi dei partiti, con le forme della &ldquo;questione meridionale&rdquo;, alla quale tutti promettevano una soluzione: una forte solidarietà nazionale era data per scontata in via di principio e solo si trattava di mobilitarla nei modi più appropriati. Oggi è chiaro che scontata non è. Che trasferimenti e politiche speciali per il Mezzogiorno vanno giustificati di fronte ad una popolazione del Nord più scettica e attenta. E soprattutto è emersa, specie per i partiti della sinistra, una vera e propria &ldquo;questione settentrionale&rdquo;: uno scollamento tra valori, orientamenti e programmi di quei partiti e gli interessi, le aspirazioni, la mentalità di larghi segmenti delle popolazioni del Nord, che la destra sembra intercettare meglio della sinistra. In specie se, nel processo costituente e poi nello statuto del nuovo partito, si intende &ldquo;partire dal basso&rdquo;, dai territori, e poi organizzare il partito in modo federale, con una significativa autonomia delle diverse realtà locali, si pone un problema non piccolo di sintesi politica, perché gli orientamenti di fondo del &ldquo;Partito democratico del Nord&rdquo; possono differire significativamente da quelli del &ldquo;Partito del Sud&rdquo;. Una sintesi che era di gran lunga più facile per i grandi partiti della Prima Repubblica, imbevuti di statalismo sia a destra che a sinistra, e in presenza di una popolazione settentrionale non ancora mobilitata dalle Leghe e dalla crisi politica degli anni &rsquo;90 e oggi preoccupata dalle difficoltà economiche che incontra il tessuto di micro-imprese sul quale ha costruito le sue fortune. <br />Passiamo alla seconda fonte di difficoltà, le diverse sensibilità politiche provenienti dal passato e rappresentate soprattutto dai partiti che dovrebbero fondersi nel Partito Democratico. Senza sottovalutare i problemi derivanti da interpretazioni più moderate o più radicali di riformismo, le difficoltà maggiori per il nostro progetto politico sono quelle che derivano dalla &ldquo;questione della laicità&rdquo;: divisioni e dissensi con la sinistra radicale possono essere tollerati, una rottura grave con il riformismo d&rsquo;origine cattolica mina il progetto alla sua base. Di conseguenza, grande dev&rsquo;essere l&rsquo;attenzione dedicata ai temi &ldquo;eticamente sensibili&rdquo;, com&rsquo;è invalso chiamarli oggi: quei temi sui quali la Chiesa cattolica (o le chiese e le religioni in generale) impongono ai fedeli prescrizioni assolute, che gli agnostici (o i seguaci di religioni diverse, o in pratica gli stessi fedeli della chiesa o religione che le impone) non intendono ottemperare. La rilevanza politica di questi temi è in parte il frutto di sviluppi scientifici e culturali intensi e talora traumatici, che attraversano molte società avanzate contemporanee. In parte ancor maggiore, e non solo nel nostro paese, è il frutto di un uso strumentale provocato da motivi di convenienza politica: la ricerca di nicchie elettorali composte da fedeli intransigenti, come negli Stati Uniti, o dell&rsquo;appoggio delle gerarchie ecclesiastiche, come in Italia. Questa seconda parte dovrebbe perdere d&rsquo;importanza una volta che i soggetti politici i quali, nel centrosinistra possono avvantaggiarsi di temi eticamente sensibili a scopo strumentale, saranno confluiti in un unico partito. La prima parte resta, e una ragionevole soluzione dei conflitti che può provocare è anzi una delle condizioni affinché tale confluenza possa avvenire. Personalmente sono convinto che questa &ldquo;ragionevole soluzione&rdquo; sia possibile, e di fatto la gran parte dei partiti dell&rsquo;occidente raccolgono sotto un&rsquo;unica bandiera politica persone intensamente religiose (e di varie religioni) insieme ad atei ed agnostici. Ma non è facile. Non è facile per motivi nobili, perché una rigida separazione tra l&rsquo;assolutismo delle credenze religiose e il relativismo di quelle politiche è difficile in via di principio, e forse neppure desiderabile. E non lo è, in Italia, per ragioni meno nobili, per la disponibilità della destra ad accettare qualsiasi indicazione delle gerarchie ecclesiastiche e la tendenza di parte della sinistra a competere in questa gara, a non porre con chiarezza una soglia accettabile di laicità della politica (&hellip;a me basterebbe che fosse quella che poneva Alcide De Gasperi!). Di qui la necessità e l&rsquo;urgenza di un approfondimento, gli esiti del quale dovranno essere sinteticamente riassunti nel Manifesto. <br />Dicevo più sopra che le difficoltà maggiori hanno una terza origine, che è comune a tutti i programmi riformisti. Esse derivano dal fatto che il prodotto elettorale che una sinistra moderata può fabbricare e poi cercare di &ldquo;vendere&rdquo; non è un prodotto facile. E&rsquo; un prodotto che può prevalere sugli altri se i compratori adottano discernimento e giudizio. Che parla al cuore e alla pancia, alle emozioni e agli interessi; ma anche, e in misura notevole, alla testa. Che si rivolge a persone consapevoli di propri interessi immediati, certo, ma non insensibili a quelli dei loro concittadini. A persone, per intenderci, che quando si promette loro una riduzione delle tasse, sono sì soddisfatte, ma subito si chiedono quali saranno le spese e i servizi pubblici che verranno eliminati, e per chi. Ogni paese, e dunque ogni sinistra riformista, ha difficoltà e occasioni particolari: ma il problema che tutte le sinistre riformistiche e moderate incontrano nel sollecitare partecipazione ed entusiasmo su un programma inevitabilmente &ldquo;ragionevole&rdquo;, universalistico e altruistico, che non può avvalersi di slogan estremistici e populistici senza snaturare il suo messaggio,&hellip; questo problema è proprio lo stesso. In un grande paese europeo solo un partito e un leader &ndash;il Labour e Tony Blair- sono riusciti a indovinare un messaggio che ha incontrato un durevole successo presso gli elettori. Ci sono riusciti (oggi sarebbe forse più appropriato dire: ci erano riusciti, perché il consenso sembra si stia erodendo) in parte per la loro effettiva capacità di innovazione politica, in parte per il forfait degli avversari, in parte per le massicce e indovinate dosi di retorica e di spin che hanno/avevano adottato. <br />Il modello britannico è però difficilmente trasferibile: il liberalismo ha radici profonde in quel paese e quattro legislature conservatrici di fila, da un lato l&rsquo;avevano fatto riemergere con piena forza, dall&rsquo;altro avevano suscitato una grande domanda di cambiamento nella continuità. Tutto è più difficile per noi e non basta tradurre superficialmente in italiano la Terza Via: temi, argomenti, retorica dovranno essere parzialmente diversi e profondamente italiani. E c&rsquo;è un altro pericolo da evitare, forse maggiore che non l&rsquo;imitazione pedissequa del modello britannico: la ricaduta in un modello italiano che ha già ampiamente provato la sua scarsa capacità di attrazione, il modello azionista. Questo modello si propone spontaneamente perché è l&rsquo;unica esperienza effettiva di liberal-socialismo che il nostro Paese ha conosciuto e perché è stato sostenuto da grandi italiani, da persone che tutti abbiamo ammirato e amato. Ma, sia nella sua versione originale, sia e soprattutto negli emuli di oggi, si tratta di un modello inadatto a un grande partito. Ci vuole più liberalismo in Italia. Ci vuole maggiore rispetto per la legalità. Ci vuole più civiltà. D&rsquo;accordo. Ma chi combatte per questi obiettivi non deve mai dare l&rsquo;impressione di mettersi al di fuori della storia del Paese, di ignorare i successi che esso ha ottenuto, di misconoscere i meriti che i grandi partiti e le culture politiche di massa della Prima repubblica -sì, ci riferiamo proprio a democristiani, comunisti e socialisti, con tutti i loro difetti- hanno acquisito in difficili circostanze storiche. Insieme a quegli obiettivi di civiltà, i leader del nuovo partito devono proporne altri che possano essere sentiti come propri da gran parte dei cittadini e non solo da minoranze altamente istruite, benestanti e cosmopolite. Non devono essere e sembrare arroganti, giacobini e anti-italiani: si deve capire che la critica a come le cose stanno e le proposte di riforma vengono da un partito che è un pezzo di popolo e condivide un orgoglio nazionale profondo. Dicevamo prima che una traduzione letterale del messaggio di Blair è priva di senso. Ha però molto senso tradurre uno dei pezzi portanti della sua retorica: il suo nazionalismo vero e democratico, l&rsquo;elogio di una &ldquo;britishness&rdquo; (di una &ldquo;italianità&rdquo;, per noi) declinata in modo civile e progressista. <br /><br /><strong>E allora?</strong> <br /><br />Gli &ldquo;spunti per il Manifesto&rdquo; che intendevo proporre sul il ruolo storico che il Partito Democratico può assolvere, sulle cautele e le precauzioni da adottare nello stendere il documento di fondazione, più o meno sono questi. Entrare nel merito, lanciare alcuni messaggi caratterizzanti sui valori e i principi che sosteniamo e sull&rsquo;Italia che vogliamo, come non era mia intenzione, così non è mio compito. Se il Partito Democratico nascerà attraverso un processo costituente&hellip;democratico, ovviamente di bozze di Manifesto ce ne saranno più d&rsquo;una, perché, anche se questi &ldquo;spunti&rdquo; sono condivisi, essi lasciano spazio ad una grande varietà di stesure, significativamente diverse l&rsquo;una dall&rsquo;altra. Democrazia significa (anche, e per molti soprattutto) competizione: come può avvenire una competizione onesta tra potenziali leader se non c&rsquo;è competizione tra programmi? Su quale base razionale possono scegliere il potenziale leader, e prima ancora i loro rappresentanti all&rsquo;assemblea costituente, quei cittadini che vogliono partecipare al processo di costruzione del nuovo partito? Possono forse scegliere il leader, e sto scherzando, perché uno è nu bello guaglione, l&rsquo;altro altissimo e sottile, il terzo un sindaco di successo, il quarto&hellip;? <br />All&rsquo;interno di coloro che si dicono favorevoli al Partito Democratico molti lamentano che nessuno metta nero su bianco una bozza di programma, che il discorso sui contenitori sia continuamente anteposto a quello sui contenuti. Tra chi esprime questa lamentela alcuni sono sinceri: vogliono il Partito Democratico, credono che si possa fare e desidererebbero una discussione seria sugli orientamenti di fondo del partito cui intendono partecipare. Altri sono un po&rsquo; meno sinceri e si lamentano nello spirito in cui ci lamentava della stessa cosa a proposito dell&rsquo;Ulivo, tra il 2002 e il 2004: in realtà non vogliono che il Partito si faccia, o si faccia in tempi calcolabili; e pensano che, se si discutesse di contenuti, il progetto esploderebbe e forse sarebbe meglio così. Prendiamo sul serio chi si lamenta sinceramente. Hanno ragione. Ma, si tratti di partiti, di associazioni, di gruppi di cittadini interessati, perché non provano loro stessi a stendere una bozza di Manifesto? Non è impossibile e i materiali ci sono tutti: scrivendo questi &ldquo;spunti&rdquo; mi sono limitato a questioni preliminari, ma non avrei avuto grandi difficoltà a descrivere nel merito il profilo del partito che mi piace. Ed è vero che ancora non sappiamo come si svilupperà il percorso costituente. Ma non c&rsquo;è bisogno di saperlo per accingersi al lavoro. <br />Costruire il Partito democratico è un compito difficile, ma non impossibile, se c&rsquo;è buona fede e coraggio in coloro che dicono di volerlo costruire. Ci sono milioni e milioni di italiani, stanchi di risse e faziosità, indifferenti a distinzioni del passato, preoccupati per il destino del paese e dei loro figli, che sarebbero sensibili al messaggio lanciato dal nuovo partito: il realismo, la serietà, il sentimento nazionale, se accompagnati da un profondo senso di giustizia sociale, da un contrasto tenace dei privilegi, da leggi giuste applicate inflessibilmente e a tutti, sono caratteri apprezzati da un gran numero di cittadini. Trasformare questo potenziale apprezzamento in entusiasmo è poi compito di una leadership carismatica e coesa, di buona organizzazione, di capacità di coinvolgere chiunque voglia partecipare e, perché no, di un po&rsquo; di spin bene azzeccato. </td>
        </tr>
    </tbody>
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Sun, 02 Jul 2006 17:18:43 -0500</pubDate>
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<![CDATA[Appello per la Costituente del Partito Democratico dell'Ulivo]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=36</link>
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;">
<div style="text-align: justify;">Sulla base di questo appello, dei suoi contenuti e delle sue proposte, la Rete nazionale dei Cittadini per l'Ulivo lancia la mobilitazione delle Associazioni per il Coordinamento del 3 settembre e l'Assemblea nazionale del 7 - 8 ottobre. <br /> <br /> <br />Cari amici, <br />  <br />quello che segue é il testo dell'Appello integrato nei termini decisi dal Coordinamento Nazione della Rete dei Cittadini dell'Ulivo. <br />  <br />Sulla base di questo appello, dei suoi contenuti e delle sue proposte, lanciamo la mobilitazione delle Associazioni per il Coordinamento del 3 settembre e l'Assemblea nazionale del 7 - 8 ottobre. <br />  <br />CHI SI RICONOSCE, CHI CI STA, LO SOTTOSCRIVE, NE AVVIA AL DIFFUSIONE LOCALE, LO PONE AL CENTRO DELLA PROPRIA INIZIATIVA POLITICA. <br />  <br />INFINE QUESTO APPELLO, I SUOI CONTENUTI E LE SUE PROPOSTE, SONO LA BASE CONCRETA A PARTIRE DALLA QUALE ADERIRE ALLA RETE DEI CITTADINI PER L'ULIVO NEI TERMINI DA SEMPRE APPLICATI ( 50 EURO PER CIASCUN COMITATO O ASSOCIAZIONE E 3 EURO PER CIASCUN CITTADINO ADERENTE ), PARTECIPARE E SOSTENERE LE INIZIATIVE GIA' IN CALENDARIO. <br />  <br />Buon lavoro, ma anche qualche sereno momento di vacanza. <br />  <br /> <br />
<div style="text-align: right;">Massimo Cellai, <span style="font-style: italic;"><br />Coordinatore del Comitato Esecutivo dei CpU </span><br /></div>
</div>
<br />  <br /> <br /> <br /><strong>APPELLO PER LA COSTITUENTE DEL PARTITO DEMOCRATICO DELL&rsquo;ULIVO</strong> <br /><br /><br />E&rsquo; giunto il momento di dare avvio alla Costituente del Partito Democratico dell&rsquo;Ulivo. <br />  <br />Lo esigono milioni di cittadini che da anni votano Ulivo, si riconoscono nell&rsquo;Ulivo, hanno contribuito alla elaborazione delle sue idee, dei suoi obiettivi, hanno superato le sue sconfitte e determinato le numerose vittorie elettorali. Lo esige l&rsquo;Italia che ora più che mai ha bisogno della forza di un nuovo, coraggioso, soggetto politico per rovesciare le difficoltà del presente e costruire un futuro di libertà, di democrazia e di giustizia. <br />  <br />E&rsquo; necessario riprendere quel processo culturale e politico volto alla costruzione di una diffusa e condivisa cultura riformatrice, processo che da anni coinvolge, insieme agli iscritti dei partiti, tanta parte della società italiana. Preoccupa cogliere oggi segni di arretramento culturale e politico capaci unicamente di riprodurre superati steccati culturali e negative tendenze ad un nuova stagione proporzionalista. C&rsquo;è un solo modo per invertire questo riflusso disgregatore: tornare a sviluppare la partecipazione democratica dei cittadini delle primarie, dando ad essi rappresentanza e ruolo e, insieme ai partiti che lo vorranno, coinvolgere le numerose associazioni e comitati che si ispirano o intendono ispirarsi all&rsquo;Ulivo. <br />  <br />E&rsquo; certo opportuno che i due partiti, Ds e la Margherita, sui quali grava la responsabilità maggiore di questo processo, si incontrino e decidano di comune accordo il loro destino e il percorso da compiere. Ma è nostra convinzione che il costituendo nuovo partito troverà lo slancio necessario, i consensi e lo &ldquo;spirito costituente&rdquo; che oggi manca, se, sotto la guida di Romano Prodi, saprà rivolgersi e parlare a tutto l&rsquo;elettorato dell&rsquo;Ulivo, quello che da dieci anni vota il simbolo dell&rsquo;Ulivo ben oltre i partiti che lo compongono, e che il 16 ottobre scorso si è recato in massa a votare alle primarie, inviando un chiaro messaggio di unità e di coesione nella direzione del Partito Democratico dell&rsquo;Ulivo. <br />  <br />Va avviato subito nel Paese un dibattito sui principi costitutivi del Partito Democratico dell&rsquo;Ulivo. Tra questi fondamentale è quello della democrazia. L&rsquo;idea di un partito democratico ha un senso se visto come strumento di democratizzazione del sistema politico italiano nel suo insieme. La vittoria del No nel referendum del 25 e 26 giugno è stata una grande prova di maturità democratica, animata dalla diffusa e spesso spontanea mobilitazione di tanti cittadini. E' un voto che unisce l'Italia e gli Italiani e pone le condizioni per il rafforzamento delle Istituzioni repubblicane. Quel voto deve essere rispettato. Se necessario, la Costituzione può essere aggiornata con puntuali emendamenti largamente condivisi, mai imposti nell&rsquo;interesse di una parte, e in piena coerenza con il dettato voluto dai costituenti dopo la liberazione dal fascismo. <br />  <br />Alcune decisioni ci stanno particolarmente a cuore: <br />  <br />1. La nascita di un comitato promotore costituente democraticamente legittimato, composto da poche persone, autorevoli e indipendenti. Il comitato ha il compito di stabilire ed accompagnare il percorso, non soltanto organizzativo ma anche politico, della Costituente, e preparare le norme statutarie relative alla vita interna del nuovo partito, con la completa applicazione del metodo democratico previsto dall&rsquo;art. 49 della Costituzione. <br />   <br />2. Promuovere in ogni parte del Paese la formazione di comitati territoriali locali per il partito democratico e alleanze di progetto tra le varie realtà associative che siano luoghi di incontro e di iniziativa politica tra gli elettori dell&rsquo;Ulivo, singoli o associati, tra gli iscritti ai partiti e quelli non iscritti. <br />  <br />3. I delegati dell&rsquo;assemblea costituente del futuro partito democratico devono essere eletti liberamente e democraticamente &ndash; una testa un voto &ndash; sulla base degli stessi criteri che hanno regolato lo svolgimento delle primarie del 16 ottobre, garantendo un largo e approfondito confronto sulle liste e sulle candidature. Un soggetto politico nuovo e innovatore, sin dal suo primo atto, deve essere caratterizzato da metodi e procedure democratiche che coinvolgano direttamente tanta parte del proprio elettorato. La partecipazione al processo costituente da parte delle associazioni e dei movimenti ulivisti, se non vuole essere marginale, deve mirare ad allargare la partecipazione e quindi a coinvolgere in prima persona tanti cittadini nelle scelte e nelle forme della rappresentanza politica. <br />  <br />4. Avviare pubblicamente il dibattito politico-istituzionale per la modifica della attuale legge elettorale, di per sé fonte di comportamenti proporzionalisti e di una cultura politica che privilegia la frammentarietà e le rendite di posizione. Bipolarismo, collegi territoriali, diritto di scelta da parte del cittadino, divieto di candidature multiple: chi si avvia alla Costituente del PD esprima su questi contenuti un comune progetto politico. <br />  <br />5. Sollecitare nelle istituzioni territoriali (Comuni, Province, Regioni) la costituzione di gruppi e portavoce unici dell&rsquo;Ulivo, così come è stato fatto nel Parlamento nazionale. I regolamenti di questi gruppi unici devono tendere a ridurre al minimo i diritti di veto delle diverse appartenenze e favorire il confronto e la formazione di maggioranze sui contenuti. <br />  <br />Le associazioni firmatarie si impegnano fin da ora ad essere parte attiva nel processo di costituzione del Partito Democratico dell&rsquo;Ulivo ed a favorire lo sviluppo della più ampia partecipazione democratica. E si rivolgono a tutti i comitati territoriali, alle realtà associative, ai singoli cittadini affinché discutano e sottoscrivano questo appello. </div>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Fri, 30 Jun 2006 11:25:05 -0500</pubDate>
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<![CDATA[La sostenibile &quot;leggerezza&quot; di una politica femminilizzata]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=25</link>
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;">Si è aperto, grazie anche a Repubblica un dibattito interessante sui temi della partecipazione alla politica da parte delle donne&hellip; vorrei andare avanti con una semplice riflessione, soprattutto oggi che si parla di costituire un nuovo partito democratico o meglio un Ulivo &lsquo;stabile´ non solo a fini elettorali. Si parla di dare spazio alle donne e ai giovani, assimilandoli all´idea di nuovo. Ma non sarebbe più opportuno far capire in cosa consiste o può consistere quest´idea di nuovo? Dopo tante riflessioni e dibattiti, mi pare che una vera idea di nuovo la potrebbe offrire la femminilizzazione della società, dell´economia, della politica, anche per dar seguito all´art. 51 della Costituzione con provvedimenti legislativi a carattere nazionale e regionale ("&hellip;la Repubblica promuove con appositi provvedimenti pari opportunità tra donne e uomini"): Burlando si è impegnato in tal senso quando si è insediato e Prodi lo ha ribadito come impegno del suo governo&hellip; vedremo se staranno ai patti.<br />Ma soprattutto una femminilizzazione che parli del &lsquo;femminile´ come sinonimo di qualità: cos´è infatti quel "sapere" legato al "prendersi cura di" tipico della cultura biologica e storica delle donne, se non la caratteristica essenziale della qualità? Se si dice in inglese poi acquista forza e dignità (take care ok yourself abbi cura di te&hellip;), I care era il logo di un Congresso dei DS con Segretario Veltroni (&hellip;troppo americano, si disse) e invece eccoci qua a proporre quei saperi legati al prendersi cura come vero punto di partenza di un progetto nuovo di cui le donne possono essere le vere protagoniste.<br />Prendersi cura delle persone e delle cose può significare:<br />a) nell´Economia e nei lavori: mettere al primo posto la qualità dei rapporti e delle relazioni e quindi la valorizzazione delle risorse umane e la qualità dei prodotti o servizi forniti. <br />b) nella Società: la qualità dei Servizi alla persona, l´attenzione alla correttezza dell´Informazione, una Sanità che parli di alleviazione del dolore e di rispetto delle persone, un Turismo che parli di accoglienza del visitatore inteso più come ospite che come consumatore<br />c) nella Politica: l´attenzione ad una politica &lsquo;alta´ che parta dalla relazioni tra le persone e le culture, che sia permeabile e valorizzi le diversità.<br />La scommessa di una femminilizzazione generalizzata è quindi impegnativa, può spaventare o far sorridere, ma può generare anche voglia di esserci non solo tra le donne, ma anche tra gli uomini a partire dai più giovani, più sensibili al tema della qualità e della cura all´interno della famiglia e del lavoro. Di qui scaturisce anche la proposta condivisa con Pericu e Zara di mettere al centro del nuovo partito dell´Ulivo il tema delle "alleanze tra generi e generazioni". <!-- START RedMeasure V4 - Java v1.1  $Revision: 1.9 $ --><!-- COPYRIGHT 2000 Red Sheriff Limited -->
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Fri, 09 Jun 2006 00:26:01 -0500</pubDate>
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<![CDATA[Più società e senza egemonie: così nasce il partito democratico]]> 
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<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=23</link>
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;"><span style="font-style: italic;">lettera al diretore di Repubblica del 5 giugno 2006<br /><br /></span>Caro direttore,cosa avremo di più importante da fare, nella stagione politica che è appena iniziata? Il Partito Democratico. Cosa avremo di più difficile da fare? Il Partito Democratico. Da qualunque posizione lavoreremo &ndash; nel Governo, nei partiti, nelle amministrazioni del territorio, nella "società civile" &ndash; credo che l´impresa di far nascere e costruire il Partito Democratico riuscirà se porterà fortissime innovazioni: non il solo raggruppamento delle forze esistenti, ma risposte ai problemi profondi del nostro Paese, un modello di organizzazione e partecipazione attrattivo, valori, idee, un progetto per l´Italia all´altezza delle capacità della Nazione.<br />Tutti capiscono l´importanza dell´impresa: dare vita al primo partito del paese, dare al centrosinistra il necessario fattore di guida e stabilità, dare al panorama dei partiti europei una scossa salutare, in grado di ampliare e connettere una nuova alleanza democratica e riformista di centrosinistra. (ho trovato nuovamente Tony Blair, sabato a Roma, molto interessato a questa prospettiva).<br />Tutti comprendono anche le difficoltà: non è mai accaduto in cent´anni che le principali forze democratico-progressiste si siano unite stabilmente, piuttosto che scindersi; le unioni immature sono fallite in breve tempo. Si tratta di aggregare culture e tradizioni che hanno conosciuto in passato divisioni profonde; di coniugare organizzazioni e rappresentanze di interessi anche assai diversi; di non limitarsi, lo ripeto, all´aggregato di queste forze pur fondamentali (Quercia e Margherita hanno raccolto dieci milioni di voti, hanno oltre un milione di iscritti, vivono nel territorio attraverso decine di migliaia di amministratori - e anche le recenti elezioni hanno marcato successi importanti, dovuti a una classe dirigente diffusa e qualificata).<br />Oggi, molte delle divergenze del passato sono superate. Basterà, per superare di slancio le difficoltà, la spinta che è venuta dagli elettori, sia con le primarie, sia nelle politiche, che hanno dato all´Ulivo consensi maggiori che non ai nostri partiti separati? E´ la spinta che renderà il processo irreversibile. Ma perché il cammino abbia successo, non dev´essere un´operazione da laboratorio. Deve prevedere tutte le indispensabili garanzie perché nessuno si senta ospite in casa altrui (per non subire egemonie organizzative né egemonie politico-culturali: senza capacità inclusiva e vera integrazione sarebbero fatali diaspore e rotture). Ma deve conquistare, aggregare, far sognare anche i moltissimi che ai partiti non aderiscono.<br />Occorre fare le due cose insieme: l´unione tra i due grandi partiti, con il coinvolgimento democratico, le garanzie, i processi costituenti, i congressi. E la proposta al paese. Certo: il successo del Governo Prodi non è separabile dal successo della nascita del PD. E sarà Prodi, come leader dell´Ulivo, oltre che premier e leader dell´Unione, a guidare la strategia. Ed hanno diritto ad una risposta anche quanti chiedono: cosa possono fare la "società civile", il popolo degli elettori e delle primarie, i mondi professionali ed associativi, gli amministratori, le esperienze civiche? La mia risposta è semplice. Dobbiamo aprire a questi mondi il processo politico. E chiediamo loro di portare idee, capacità, visioni nuove.<br />Penso che dobbiamo imparare dalle migliori esperienze europee, spalancando le porte alle intelligenze dei think tank, in rinnovati centri di elaborazione progettuale, senza respingere accenti dissonanti e critici. Che dobbiamo dare vita ad un´attività di formazione di giovani ed amministratori assolutamente esterna agli apparati di partito. Che è assai auspicabile la nascita di vaste associazioni "per il Partito Democratico" formate da donne attive nella società italiana, come da giovani: solo con nuove idee si impongono nuove leadership. <br />Abbiamo bisogno di associazioni nei mondi produttivi, sociali, professionali. Di aggregazioni dai mondi rigogliosi e vitali della cultura, dello spettacolo, degli intellettuali italiani. Possono fare moltissimo gli eletti locali, Sindaci e Presidenti, che in molti casi, e da tempo, sono espressione di consenso più largo di quello raccolto dai partiti.<br />Mi faccia ricordare, caro Direttore, che la Margherita - storia di successo, e di reale integrazione, come partito nato dalla fusione e non dalla scissione di altri partiti - insiste molto su tre grandi priorità: pluralismo culturale (nessuno guiderà mai l´Italia su una base anticattolica, così come su un´obbedienza confessionale); autonomia dalle parti sociali e dai poteri economici; ampliamento delle alleanze internazionali nel campo del centrosinistra.<br />E mi faccia ricordare la cosa più importante: la sfida vera riguarda i valori del futuro. L´attualità richiama alcune di queste sfide, il patriottismo - secondo lo stile Ciampi - che rigetta il minoritarismo. Puntare sulle città come motori di sviluppo (oggi il PD è già nato, di fatto, in alcune realtà metropolitane). Configurare la "scossa" e il cammino della crescita economica attraverso gli strumenti della competitività (molti elementi condivisi si rintracciano nell´"agenda Draghi"). Nasce un partito nuovo - non la somma di quelli esistenti - in quanto inventa il nuovo linguaggio politico del XXI secolo. Assieme a Prodi e con il leale patto di governo dell´Unione siamo impegnati a far ripartire e cambiare l´Italia. Con il Partito Democratico dovremo indicare le riforme e le missioni per tornare a testa alta in Europa, per agganciare il mondo che corre, per fare corrispondere talenti della nostra Patria e reale dinamismo economico, identità culturale e modernizzazione del paese.<br />Ora impegniamoci per vincere il referendum contro lo stravolgimento della Costituzione. Subito dopo, via al cammino del Partito Democratico.</div>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Mon, 05 Jun 2006 10:24:17 -0500</pubDate>
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<![CDATA[Il Partito Democratico: quale processo costituente?]]> 
</title>
<link>http://www.partitodemocratico.info/php/articolo.php?id=24</link>
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;">Nei due principali partiti del centro-sinistra continuano a levarsi voci autorevoli a reclamare l'urgenza di un processo costituente che abbia come sbocco il Partito Democratico. Della buona fede e della serietà di queste voci è impossibile dubitare. Crediamo però che il processo costituente esiga una grande cura e debba prendersi i tempi necessari affinché si arrivi nelle migliori condizioni al suo esito auspicato: il congresso di fondazione, la rapida costituzione degli organi statutari e un avvio senza intoppi del nuovo partito. Il disegno del percorso costituente -un disegno condiviso dalla gran parte dai sostenitori del Partito Democratico- è dunque il compito primario di chi ha a cuore la realizzazione di questo progetto politico. In modo confuso già circolano due possibili disegni, che rappresento in modo estremo e un po' caricaturale. <br /> (A) "Ragazzi, lasciateci lavorare": un processo di fusione di due o più soggetti politici, con risorse proprie, procedure statutarie complesse, un forte patriottismo ideologico e organizzativo e grandi resistenze interne alla fusione, non è un affare semplice e può finir male se non è lasciato nelle mani dei responsabili dei partiti. Bisogna dunque lasciarlo alla loro discrezione e accettare in nome del realismo tutte le operazioni "Cencelli" (ideologiche e organizzative) che essi reputino necessarie per dare una prima forma alla "Cosa". In particolare, e sempre in nome del realismo, si potrebbe pensare a una "prima forma" costruita per pilastri: insomma, una forma federativa, in cui, per il momento, i popoli (si fa per dire) dei diversi partiti non si mescolano. Poi, se la prima forma riesce, l'abbattimento dei pilastri e i processi di omogeneizzazione interna prenderanno il tempo necessario: Roma non è stata costruita in un giorno. <br /> (B) "Il Partito democratico dev'essere democratico fin dall'inizio": si parta dunque coinvolgendo il popolo delle primarie, chiedendo a coloro che hanno partecipato alle primarie di ottobre (e non solo a loro) quanti sono interessati a partecipare al processo di costruzione del nuovo partito. Quelli che risponderanno Si e corrisponderanno una modesta quota associativa sono gli iscritti del PD, la base che eleggerà i delegati al congresso di fondazione. Saranno naturalmente molti meno dei 4 milioni e passa delle primarie di ottobre e tra essi la gran parte saranno già iscritti ai partiti che intendono fondersi nel PD: ma saranno sufficienti a sconvolgere disegni di vertice, "cencellate" modeste, e a suscitare entusiasmo e partecipazione. <br /> Credo sia inutile esporre le ragioni degli uni e degli altri, le obiezioni e le risposte alle stesse: ragioni, obiezioni e risposte sono serie e si possono facilmente immaginare. E comunque ci torneremo brevemente nel commento finale. E' invece utile esporre -e al solo scopo di aiutare la riflessione- un disegno intermedio tra i due, (C), che espongo in due versioni, una più vicina ad (A) e l'altra a (B). Non si tratta di un disegno nuovo di zecca: esso riorganizza, articola e attualizza (dopo le primarie) le Proposte per la Costituente dell'Ulivo presieduta da Pietro Scoppola due anni fa, proposte che furono approvate dai segretari dei due maggiori partiti.<br />  </div>
<p style="text-align: justify;">Due possibili versioni<br /> 1. Il primo passaggio non può essere che un atto di iniziativa politica da parte di Romano Prodi e dei segretari dei due maggiori partiti del centrosinistra. Un atto attraverso il quale essi si assumono la responsabilità di avviare il percorso costituente, di indicarne le tappe, di stimolarne l'effettivo raggiungimento, di portarlo a conclusione nei tempi previsti. Sia per i loro impegni di partito e di governo, sia per altre ragioni che risulteranno chiare in seguito, crediamo sia opportuno che i maggiori leader -una volta impostato il percorso- cedano l'organizzazione del suo svolgimento ad un Comitato Costituente (CC), possibilmente articolato ad un livello centrale e a più livelli locali per le ragioni che vedremo in seguito. E' del tutto ovvio che la loro guida e partecipazione, in passaggi particolarmente delicati, saranno non solo opportune, ma attivamente sollecitate. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">2. La costituzione del CC è uno di questi momenti, perché esiste un conflitto tra esigenze di autorevolezza, coerenza ed efficacia -da un lato- ed esigenze di rappresentanza -dall'altro. Le prime inducono a costruire un comitato ristretto di persone tra loro affiatate, autorevoli e che si sono spese a favore del progetto nelle varie forme che esso ha assunto dal 1995 in poi: Ulivo, Liste unitarie, Cittadini per l'Ulivo, Partito riformista, Partito democratico. Inducono in particolare a scegliere persone che non siano pure cinghie di trasmissione dei partiti e delle loro esigenze in quanto organizzazioni: dunque politici, rappresentanti istituzionali, personalità del mondo intellettuale e della società civile, i quali, anche se svolgono ruoli importanti nei partiti, sono conosciuti per la loro indipendenza intellettuale, il loro equilibrio e la loro disponibilità a compromessi ideologici e organizzativi "alti" al fine di realizzare il progetto. E le esigenze di rappresentanza? Data la continua supervisione del percorso da parte dei partiti e delle associazioni, a noi sembra che queste esigenze saranno fin troppo presenti e avvertite nei lavori del CC e dunque che ci si debba soprattutto preoccupare che questo organismo imprima una continua spinta al progetto. Anzi. Sarà di fatto difficile evitare il giudizio secondo cui il grosso dei membri entra nel Comitato "in quota" di qualche associazione o partito, ed in particolare dei due maggiori. Purché la "quota" sia incarnata da una o più persone aventi le caratteristiche che abbiamo descritto prima, quel giudizio potrebbe essere un modo un po' cinico di esprimere i risultati di un processo di selezione efficace: il CC deve riscuotere la fiducia dei partiti e delle associazioni che si impegnano nel percorso costituente e la fiducia ha una componente personale ineliminabile. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">3. Quali partiti e associazioni, al di là dei due maggiori partiti del centrosinistra? Una possibile risposta è: tutti quelli che si vogliono impegnare seriamente, accettando in primis che le decisioni sono prese a maggioranza e che a nessuno è concesso potere di veto. Politicamente, anche un bambino sa che il processo può andare avanti solo se Margherita e i Ds lo vogliono intensamente: si tratta una asimmetria inevitabile in questa fase. Ma la partecipazione attiva di altri partiti e associazioni è fortemente auspicata. E' auspicata per le associazioni, a partire dai Cittadini per l'Ulivo, perché l'Ulivo e il Partito democratico hanno suscitato grandi aspettative nella società civile e dato origine a una miriade di associazioni non partitiche: al di là di un problema di misura della loro rappresentanza, che si porrà quando si dovrà formare una platea congressuale, è importante che esse abbiano voce sin da subito, nel Comitato Costituente. Per i partiti l'auspicio è ancor più pressante, anche per un motivo banale: quanti più partiti indipendenti il Partito democratico contribuisce a eliminare, tanto meglio è. C'è un partito, in particolare, la cui mancanza tra i costituenti sarebbe particolarmente grave: lo Sdi, che è stato in passato tra i più entusiasti sostenitori del Partito democratico e che ad esso darebbe un contributo ideale difficilmente sostituibile. Sappiamo come le cose sono andate e quali motivi hanno indotto socialisti e radicali a formare la lista della Rosa nel pugno nelle ultime elezioni: nessuno di questi ci sembra però un ostacolo insuperabile a confluire nel processo costituente, a partire della sue fasi iniziali. Per gli altri partiti qualche ulteriore problema c'è, perché si scontrano due opzioni politiche tra le quali una scelta chiara non è mai stata fatta: quella di fare del PD un partito di soli riformisti e quella di farne un partito a prevalenza riformista, ma la cui offerta di costituzione è rivolta all'intero campo dell'Unione. Poiché è del tutto improbabile che Rifondazione comunista sia interessata al processo, mi sembra -ma posso sbagliarmi- che gli attuali promotori del Partito democratico non intendano fare l'analisi del Dna di nessuno, salvo che per controllare la presenza di tre cromosomi essenziali: quelli dell'appartenenza al campo di centrosinistra, della serietà dell'intenzione di partecipare e dell'accettazione della regola di maggioranza. Detto in altre parole, se le idee e le proposte del partito entrante sarebbero (al momento) minoranza nel nuovo partito, ci si deve comportare come si comporta una minoranza seria in un partito serio: lealtà al partito e lotta interna per diventare maggioranza. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">4. Prima di passare ai compiti del Comitato due ultime osservazioni. Perché un Comitato Costituente? Perché interporre quest'organismo tra i partiti e il compito di costruzione del Partito democratico? Perché non lasciare il compito direttamente in mano loro? I due grandi partiti del centrosinistra, e lo Sdi, auspicabilmente, sono i pilastri del futuro partito e qualsiasi procedimento che essi giudichino fattibile e adeguato sembrerebbe avere le migliori chances di successo. Non crediamo sia così e per tre ragioni principali. La prima è che un processo costituente lasciato esclusivamente in mano ai partiti non potrebbe che essere rappresentativo, pro quota, di tutte le correnti dei partiti medesimi, anche di quelle più dubbiose nei confronti di una rapida costruzione del nuovo partito, o addirittura ad essa ostili. La seconda è che, inevitabilmente, si porrebbe sin da subito un problema di competizione per la leadership, tra partiti e soprattutto all'interno dei partiti: non crediamo ci sia bisogno di far nomi. Competizione per la leadership ci dovrà essere, naturalmente: ma è meglio che avvenga quando il processo è ben avviato, e attraverso procedure ben regolate. Ed è inevitabile, anzi auspicabile, che, con i partiti vecchi, entrino nel nuovo anche persone e correnti che oggi nutrono riserve sul Partito Democratico, e spesso per buoni motivi. Ma, di nuovo, entrino secondo il loro peso e una volta che si saranno stabilite regole precise, non in una fase in cui la loro ostilità influirebbe sulla speditezza e la coerenza del processo costituente. La terza ragione è che il processo costituente potrebbe avere ripercussioni negative su partiti che attualmente sono impegnati insieme in un governo difficile: se questi partiti si trovano esposti direttamente nel processo non ci sarebbe modo di deflettere polemiche e tensioni su un'autorità terza, sulla composizione della quale tutti sono stati concordi. E' per questi motivi che la formazione di un Comitato come quello che abbiamo sommariamente descritto potrebbe essere una buona soluzione intermedia: esso garantirebbe gli interessi delle diverse componenti culturali e politiche che confluiscono nel nuovo partito e costituirebbe uno schermo efficace, un filtro, rispetto alle pressioni più contingenti dei partiti, provengano esse dai cavalli di razza o da correnti organizzate. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">5. " I nomi, fuori i nomi dei membri del CC!" Questa richiesta, più che prematura, è priva di senso: non siamo certo noi a poterli fare. Se l'idea del CC è accettata, i nomi verranno fuori per selezione da un'ampia rosa proposta dai partiti e dalle associazioni coinvolte e poi ridotta a un numero congruo attraverso un processo di continua interazione con le stesse associazioni e partiti. A stimolare e condurre a buon fine questo processo si potrebbe designare subito un sotto-comitato di garanti composto da una dozzina dei nomi più ovvi, che contribuirebbero a vagliare le proposte di allargamento e poi, se il Comitato risulta troppo ampio per poter decidere speditamente, confluirebbero con altri in una cabina di regia più ristretta. I nomi più ovvi? A noi sembrano quelli dei sindaci o leader regionali Ulivisti, che spesso uniscono una forte esperienza nel mondo della politica e dei partiti con una forte rappresentatività nella società civile: pensiamo a persone come Chiamparino, Pericu, Veltroni, Illy, Cacciari, Cofferati, Bassolino, Rita Borsellino, Dellai, Emiliano o Loiero, cui altri potrebbero aggiungersi, provenienti anche dal mondo intellettuale e dalla società civile. Ma questo è già mettere il carro avanti ai buoi. Piuttosto, sono i compiti del CC che vanno meglio precisati. I compiti fondamentali del CC sono tre: il disegno del percorso costituente, di cui la formazione del CC è solo il primo e preliminare passaggio; la bozza di un Manifesto di fondazione e una proposta di Statuto. Del Manifesto e dello Statuto diremo in altra sede. Di seguito mi limito al primo dei tre compiti, il più delicato, descrivendo due possibili versioni della proposta (C): una più vicina alla proposta "partitica" (CA) e una più vicina alla proposta "democratica" (CB). Cominciamo dalla prima, cui sono dedicati i successivi due paragrafi. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">6. Il disegno del processo costituente prescrive tempi e procedure che coinvolgono la sovranità dei partiti e delle associazioni cui si rivolge, e dunque dev'essere elaborato in forte sintonia con gli stessi. Fondamentalmente esso riguarda: (a) i soggetti che partecipano al processo; (b) i modi e i tempi dei congressi che delibereranno l'adesione al nuovo soggetto politico, accettando il Manifesto e lo Statuto proposti, nonché i "criteri" di cui ai due punti successivi; (b) i criteri secondo i quali vengono determinati i "pesi" dei vari soggetti nel Congresso di Fondazione del nuovo partito e dunque la platea dei delegati; (c) i criteri del conferimento al nuovo partito, in sede nazionale e locale, dei beni e delle risorse organizzative appartenenti ai partiti e alle associazioni che in esso si fondono (...anche dei debiti, naturalmente); (d) le regole del Congresso di Fondazione, a cui consegue lo scioglimento dei vecchi partiti e delle associazioni, e che ovviamente sono diverse da quelle dei congressi ordinari di partito previste dallo Statuto. Non ci vuol molto a capire che si tratta di materie di estrema delicatezza e che il CC dovrà dare ordine ad una complessa trattativa che, di fatto, lo scavalcherà più volte e sarà presa in mano direttamente dai leader dei partiti maggiori. Questo non solo è inevitabile, ma è giusto che avvenga: le risorse, sia di consenso, sia di natura materiale e organizzativa, sono di "proprietà" dei partiti. Ciò nondimeno, il ruolo del CC, come "potere terzo", garante della coerenza delle soluzioni adottate con il fine di costituire un nuovo e vitale soggetto politico, può essere molto importante. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">7. Al di là dei "criteri" di cui dicevamo, e che riguardano la fase di transizione, è la redazione di una proposta di Statuto del Partito e di un Manifesto di fondazione (Carta dei valori, Programma fondamentale, lo si chiami come si vuole) il compito fondamentale del CC: questi documenti riguardano il lungo periodo e sono destinati a regolare e indirizzare la vita politica del futuro partito. Si tratta di proposte, ovviamente: esse devono essere fatte proprie dai congressi dei partiti e delle associazioni che deliberano l'adesione al nuovo Partito, designano i partecipanti al suo Congresso Costituente, e, così facendo, accettano lo scioglimento dei vecchi soggetti politici. Da questo segue che le proposte vanno elaborate dal CC in continua consultazione con i partiti e le associazioni: esse vanno rese pubbliche solo quando si è raggiunta una ragionevole sicurezza che i partiti e le associazioni faranno proprie una di esse nei loro congressi: la platea dei delegati al congresso di fondazione la compongono i partiti e le associazioni secondo proporzioni da definirsi mediante una trattativa. Il ruolo del CC è difficilmente sopravvalutabile in questa fase: i partiti e le associazioni eserciteranno un continuo "tiro della giacca" su entrambe le materie, sullo Statuto e sul Manifesto, perché si tratta di temi delicatissimi sia per i rapporti tra i partiti, sia, e soprattutto, per i rapporti interni ai partiti, tra le varie correnti e anime che coabitano nello stesso partito. Ciò è inevitabile e anche giusto: ma è compito del CC tenere la rotta, impedire che queste pressioni compromettano l'obiettivo di un partito "nuovo", democratico, coerente e vitale. Ultima osservazione. Con la proposta appena descritta è perfettamente compatibile una convocazione del popolo delle primarie "a cose fatte", il cui senso è questo: siete voi disposti a iscrivervi a un partito che ha questo Statuto e questo Manifesto? Anche se le cose "sono fatte" (in particolare è fatta la platea del congresso costituente e dunque gli organi che essa eleggerà) non si tratta di acqua fresca: la base per tutti i successivi congressi è costituita da coloro che parteciperanno alle primarie, chiederanno di iscriversi e pagheranno una quota d'iscrizione. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">8. Quali sono le differenze tra la versione (CA) che è stata appena descritta nei paragrafi 6 e 7, e una versione (CB)? Fondamentalmente esse riguardano un coinvolgimento deliberativo immediato della "base" di iscritti definita attraverso l'appello al popolo delle primarie. I modi possono essere diversi. Uno potrebbe essere questo. Si costituisce la base di iscritti come prevede la proposta (A): attraverso un appello aperto rivolto (anzitutto, ma non solo) al popolo delle primarie di ottobre -da qualche parte dovrebbero esserci nomi e indirizzi- si chiede quanti intendono partecipare alla costruzione del Partito democratico. Coloro che hanno risposto positivamente dovrebbero essere riconvocati, quando sarà il momento, su base locale per la presentazione, illustrazione, discussione di diverse proposte di Statuto e di Manifesto, nonché dei candidati ad esse associati per il congresso fondativo del partito. L'articolazione e il ruolo del CC ovviamente cambiano. L'articolazione, perché la costituzione di un gran numero di CC locali, possibile e utile anche nel caso della versione precedente, diventa in questo caso inevitabile. E il ruolo: il CC non deve più produrre proposte su cui è scontato il consenso di massima dei partiti, ma sovrintendere alla formulazione di proposte provenienti dai partiti e dalle associazioni e che poi sono effettivamente sottoposte all'approvazione di una base diversa da quella dei partiti (anche se, come abbiamo già ricordato, è assai probabile che la maggioranza degli iscritti al PD, di chi risponderebbe positivamente all'appello della primaria, sarà costituita da iscritti ai partiti costituenti o da loro simpatizzanti). E potrebbero esserci sorprese, sia nelle percentuali di consenso per le diverse proposte, sia nelle scelte dei delegati al congresso di fondazione. <br /> Inutile sottolineare che tra CA e CB possono stare numerose altre varianti: ad esempio la platea congressuale potrebbe essere costruita dalla somma di una parte eletta dai partiti tramite le loro procedure e un'altra eletta dalla base delle primarie, se da questa si riescono ad escludere gli iscritti ai partiti, per evitare un doppio voto. Procedere ulteriormente non ha però molto senso, perché è difficile anticipare tutti i problemi e i contrasti che si porranno in corso d'opera. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">Un commento finale<br /> Sono entrato nel dettaglio del percorso costituente quanto basta a dare una prima idea dei problemi che questo incontra e delle difficoltà che devono essere superate per dar vita al nuovo partito: i problemi e le difficoltà sono molto maggiori se si va più a fondo nell'ingegneria organizzativa, perché in questi casi "il diavolo sta nel dettaglio". Sono problemi e difficoltà formidabili e confesso che, mentre scrivevo queste note, il mio entusiasmo per la costruzione del Partito democratico era sottoposto ad una dura prova di realismo. E' inoltre possibile che la via effettiva che prenderà questa costruzione, se mai ne prenderà una, non assomiglierà molto alle tre o quattro ipotesi che ho descritto: "ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, eccetera", Amleto, atto I, scena V. Ma una qualche via dovrà pur prenderla, se i due "piccoli" problemi cui farò riferimento fra poco saranno risolti: l'effetto di demoralizzazione conseguente al fallimento sarebbe molto forte per l'intero centrosinistra. E allora, forse, queste note potranno essere utili: per non rassegnarsi a soluzioni "troppo" realistiche, ma soprattutto per non indulgere in illusioni, in progetti che realistici lo sono troppo poco. <br /> Per concludere vorrei solo aggiungere alcuni commenti più personali. Il disegno (B), "tutto dal basso", non solo è irrealistico, è sbagliato: non tiene conto della situazione di (scarsa) mobilitazione del momento e soprattutto del ruolo che i partiti, sia come organizzazioni, ma soprattutto come portatori di grandi tradizioni politiche, debbono avere nel processo di costruzione del PD. Personalmente non sono interessato al disegno (A): è probabilmente il più "realistico", ma si tratterebbe di un realismo che non raggiunge lo scopo, se lo scopo è quello di fare un partito vero e non appiccicare collo sputo diverse cordate che si guardano in cagnesco e sono pronte a ridividersi. Non ne vale la pena. Mi vanno invece bene entrambe le versioni di (C): la CB, quella "più democratica", mi piace di più e è in astratto preferibile, ma se la sua adozione desse origine a tensioni troppo forti tra i partiti o all'interno di essi, la (CA) o una qualche sua variante non sarebbe una alternativa disprezzabile. Prima però di partire in pompa magna per avviare il processo, i segretari dei partiti che ad esso intendono partecipare (Fassino e Rutelli sono strettamente necessari) devono aver trovato una soluzione ai due "piccoli" problemi cui facevo riferimento prima: se non risolti, essi rischiano di creare un tonfo a metà strada, ancor peggiore della demoralizzazione che conseguirebbe al gettare la spugna subito e neppure iniziare. <br /> Uno è il problema del gruppo parlamentare europeo. Il secondo è quello del gruppo dirigente del partito (e in particolare del segretario: che il presidente sia di diritto Romano Prodi mi sembra fuori discussione). Circa il primo le posizioni dei due segretari sono al momento inconciliabili: uno vuole aderire al gruppo e al partito socialista europeo e l'altro no. Quanto al secondo per ora ci sono solo schermaglie. A me sembra evidente che in entrambe le soluzioni (C), e soprattutto nella seconda, il gruppo dirigente debba essere eletto a norma di uno statuto democratico e senza preclusioni. In altre, e più chiare, parole. Già trovo un po' tirata per i capelli la clausola che ha implicitamente funzionato per la designazione del presidente del consiglio ("non un ex-comunista"): ma per questa clausola implicita valevano soprattutto considerazioni di natura elettorale e di rapporto con il centrodestra. Troverei imbarazzante che, mentre si costruisce con gran fanfara e sollecitando una forte adesione popolare un partito nuovo, fosse fatta valere la stessa clausola: essa equivarrebbe ad ammettere che il partito nuovo non c'è e avrebbero ragione coloro i quali, sia tra i Ds che in Margherita, credono che il PD sia un bizzarro ircocervo. </p>
<div style="text-align: justify;"> </div>
<p style="text-align: justify;">Cari Fassino e Rutelli, se non trovate una soluzione a entrambi i "piccoli" problemi in tempi rapidi, ditelo con chiarezza e spiegatene le ragioni: come si afferma in questi casi, ognuno si assuma le sue responsabilità e ne terremo conto. Ma non partite senza averla trovata. Al Partito nuovo possiamo rinunciare - e chi scrive risparmierebbe un sacco di tempo- ma alla chiarezza e alla sincerità no. Adesso è veramente arrivato il momento di decidere. </p>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Sat, 03 Jun 2006 19:19:08 -0500</pubDate>
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<![CDATA[Quel Partito da coltivare con cura]]> 
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<![CDATA[<div style="text-align: justify;">IL PARTITO Democratico è una straordinaria opportunità per la politica italiana. E non solo. Può infatti costituire un modello anche per ridisegnare le collocazioni dentro il Parlamento Europeo. Per questo il suo divenire va curato come si cura la crescita di un fiore prezioso: non facendo mai mancare l´acqua, né rovesciandone troppa.<br />Le parole che Giuseppe Pericu ha usato per presentare l´Associazione per il Partito Democratico sono state sagge e puntuali: nessun percorso alternativo ai partiti, ma un contributo a superarne le fisiologiche vischiosità. E diversamente non poteva dire un uomo che il ruolo dei partiti ha sempre riconosciuto, anche con la sua appartenenza. D´altra parte chi vuole costruire un partito, nel sistema dei partiti deve pur credere: molte delle associazioni aderenti sono presiedute da uomini che hanno o hanno avuto, con alterne fortune, impegni di rilievo dentro i partiti. <br />È bene ricordare che DS e Margherita, i partiti che sono in cammino verso il Partito democratico, hanno cominciato quella strada da molto tempo. Con abbandoni di terre conosciute, che hanno provocato dolorose separazioni, verso lidi più insicuri, ma con orizzonti più affascinanti. È la storia della politica italiana degli ultimi quindici anni. Quindici anni fa c´erano il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana: oggi al Parlamento c´è il gruppo dell´Ulivo. Un percorso concreto verso il Partito Democratico, che a me piace pensare più una tappa che un approdo. Nel frattempo alcune frettolose esperienze nate dentro la cosiddetta società civile per aggregare hanno cessato di esistere. Per altro, se l´Ulivo ha ottenuto dagli elettori un gradimento che va oltre la somma di Ds e Margherita, quella differenza, da sola, sarebbe un altro piccolo partito, un´altra di quelle esperienze che citavo.<br />A Genova e in Liguria da un decennio gli uomini e le donne dell´Ulivo hanno mostrato capacità politiche e di governo. Per questo confido molto nella prosecuzione, nella nostra terra, di quel percorso concreto. A giugno si incontreranno congiuntamente i direttivi di Ds e Margherita e subito dopo tutti gli amministratori, alla presenza dei Presidenti dei deputati e dei senatori. E della nostra europarlamentare, dal momento che proprio la collocazione in Europa, di cui troppo poco si parla, rappresenta una criticità del percorso. Personalmente poi scommetto, in tempi brevi, nel gruppo dell´Ulivo in Regione. <br />Ma il Partito Democratico non è solo queste cose. Non è solo modi e tempi. È contenuti: è sfide eccezionali per la comprensione della società (senza aggettivi, finalmente), dentro la ricerca di punti elevati di sintesi e di equilibrio a partire dai temi etici. Il Partito Democratico non è solo una opportunità politica, ma anche culturale, sul crinale in cui cammina l´Occidente in questo inizio di secolo. Così, chi crede in questo progetto e ha anche responsabilità nei partiti che lo sostengono, deve usare insieme entusiasmo e prudenza. E ricercare dentro quei partiti, con pazienza e con tenacia, nel rispetto di regole condivise, il consenso che serve a costruire sulla roccia. Non immagino certo congressi per contare tessere, ma momenti in cui si decide insieme della propria storia. E del proprio futuro.</div>]]> 
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<category domain="http://www.partitodemocratico.info"><![CDATA[interventi & testimonianze]]></category>  
<author>partitodemocratico.info</author>
<pubDate>Fri, 12 May 2006 23:57:34 -0500</pubDate>
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